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Istanbul

Istanbul era nei miei sogni da vari anni, ma varie coincidenze mi hanno sempre impedito di arrivarci, facendomi rinviare il viaggio ad altra data, finché nell'ottobre scorso il sogno si è avverato.

L'impressione è subito positiva: la sistemazione che ho prenotato è proprio sul fianco della moschea Blu, all'Hotel Ararat, da qui sembra quasi di toccarla, ma dalla terrazza già mi appare anche la moschea di Aya Sofya, mentre alle mie spalle, ecco il Bosforo con la sua interminabile fila di navi che a tutte le ore lo percorrono nei due sensi.
Amo in genere le città sull'acqua, che sia mare o fiume, appaiono come città di movimento, in cui la gente e le merci nello spostarsi le fanno sembrare attive pur non frenetiche, con mezzi di trasporto che non le deturpano come nelle città industriali.

Arrivando per l'orario di cena, l'unica cosa da fare è trovare un posto che possa soddisfare lo stomaco e il Karadeniz Aile Pide Ve Kebap Salonu, che ha un nome lunghissimo, ma che in realtà è una tipica trattoria che pesco dalla guida, ci soddisfa sia per la sua vicinanza, che per i piatti preparati.
Naturalmente abbiamo assaggiato un mix di Kebap, arrivando a sorseggiare anche una bottiglia di vino rosso turco, buono, ma che in genere sconsiglio in quanto da sola costa come due pranzi.


Il giorno successivo dopo una violenta sveglia a causa del richiamo alla preghiera delle ore 6,05 da parte del muezzin con tutti gli altri a ruota come un concerto dodecafonico, (la vicinanza con la moschea si paga), è stata l'occasione per fare visita alle due moschee principali, per cui dopo una saporita colazione con cetrioli, pomodori, e un bőrek cioè una torta salata con formaggio, si parte.
Prima affrontiamo la Moschea Blu, che fuori appare maestosa, ricca di ben 6 minareti, ma al contrario è semplice all'interno, ricca di milioni di piastrelle blu da cui prende il nome, con curve architettoniche ampie, impiantata su quattro enormi colonne a zampa di elefante che sorreggono una cupola meno importante di Aya Sofya.

Si perché, il confronto viene immediato, e se la prima offre un'immagine maestosa dell'esterno, la seconda offre un interno immenso e ricchissimo.


Aya Sofya, costruita 1000 anni prima, appare meno ampia all'esterno, anche perché non è molto lo spazio che la circonda e che le toglie prospettiva, a cui si aggiungono anche dei rinforzi esterni, quasi dei muraglioni trasversali, che sono però essenziali in quanto fanno da contrappeso ad un interno privo nell'area centrale di colonne che sostengono la cupola centrale, come una immensa tenda da circo che deve disporre di solidi tiranti per restare in piedi. L'effetto è grandioso e la cupola di 30 m di diametro sembra galleggiare nell'aria.
Neppure da paragonare a quello della Moschea Blu.

L'interno è semplicemente meraviglioso, pur in presenza dei grossi medaglioni appesi, indicanti in bella calligrafia il nome di Allah, Maometto e i Califfi, ma che rispetto ai mosaici della Madonna con il Bambino, del Cristo Pantocratore e dei numerosi santi e arcangeli, risultano di un livello decisamente inferiore.
Curiosamente al piano superiore esiste anche la tomba di Enrico Dandolo, Doge di Venezia, che nel 1200, sebbene Costantinopoli fosse Cristiana, ma purtroppo sua nemica, la cerco di conquistare.
L'edificio sicuramente rappresenta sia per i Cristiani che per il mondo Musulmano, una grande opera e c'è quindi da apprezzare che nel 1934, Ataturk, la trasformò in museo.


F
ra le due moschee esiste un monumento significativo non tanto dal punto di vista religioso, ma per l'utilità che rivestiva; si tratta della Cisterna Basilica, una struttura sotterranea fatta costruire anch'essa nel 500 da Giustiniano, la più grande di Istanbul.
336 colonne sostengono il tetto, un tempo poteva contenere 80.000 metri cubi d'acqua. E' costruita con colonne di recupero, fra queste appare singolare quelle della Medusa, che però appare a testa in giù e di fianco nella seconda.
In particolare d'estate è la panacea in quanto permette di stare al fresco per una buona mezz'ora. 

Il tempo è incerto, si passa da momenti di sole a nuvole in movimento e anche a scrosci d'acqua, che però non ci creano problemi perchè si sposano benissimo con la nostra voglia di alternare l'interesse artistico a quello più ludico e leggero, ci spostiamo quindi verso il Grand Bazaar.
Entriamo dalla porta Kapalikarsi, una delle tante porte di accesso, e da subito ci appare come uno dei tanti mercati coperti, pur popolato da centinaia di persone in movimento, in realtà dopo aver percorso alcuni metri, ci si rende conto che è invece un labirinto, lunghissimo, riccamente illuminato, quasi interminabile, con numerose diramazioni a destra e a sinistra, che si percorrono automaticamente, senza sapere bene dove stiamo andando.
I negozi si susseguono ininterrotti, si passa dalla zona dell'oro, all'argento, ai tessuti, alle lavorazioni in cuoio, ubriachi di luci e colori. I negozianti non sono insistenti, fanno solo qualche invito se ci si ferma ad osservare la loro merce o a chiedere qualche prezzo.
I corridoi sono percorsi da numerosi camerieri che portano il cay, il té, sempre bollente, forte, di un bel colore ambrato e portato su un vassoio tenuto sospeso da catenelle come le nostre vecchie stadere; a volte appaiono anche piatti di cibo e questo ci fa ricordare che siamo anche affamati. Dopo una lunga caccia al tesoro riusciamo a trovare l'unico ristorante inserito nel Bazaar, l'Havuzlu, dove è possibile osservare i piatti prima di sceglierli.

Il pomeriggio, ci vede perderci ancora fra i labirinti del Bazaar, finché decidiamo di passare a vedere l'altro Bazaar, quello delle spezie che ci permette così di uscire e prendere anche una boccata d'aria, preziosa sopratutto per chi soffre di claustrofobia.

Purtroppo fuori piove ancora, troviamo un'uscita, ci incamminiamo su stradine tortuose di cui è a volte difficile conoscere il nome, e dopo una visita anche alla moschea Rϋstem Pasa, molto piccola ma ricca di pannelli di piastrelle di Iznik, arriviamo al Bazaar delle Spezie. Appare come una riproduzione in piccolo del fratello maggiore, meno corridoi, ma ricco di odori e colori. Le spezie si alternano a scatole di Caviale, a fichi, datteri e altre specialità con le quali compongono piramidi e cumuli profumati. Forse per l'ora, per la pioggia insistente o per le dimensioni, ma qui la ressa è decisamente elevata, e in alcuni passaggio si fa fatica a proseguire.

Poco fuori, oltre a una serie di chioschi di vendita di formaggi, appare sullo sfondo un'altra moschea, immensa, la Yeni Camii, cioè la moschea nuova, con un nome che non la rappresenta in quanto risale al 1600.
E' venedì il giorno festivo per i mussulmani, che vediamo recarsi alla moschea dopo essersi purificati alla fontana posta nel cortile, anche sotto una pioggia che a tratti continua a scendere.

Lunga camminata e siamo di ritorno al nostro Ararat, semplice ma confortevole.
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Il giorno successivo, nonostante le previsioni preannunciassero acqua da tutte le parti, decidiamo di andare a visitare il Dolmabahce Palace, (Giardino interrato), cioè la residenza ultima dei Sultani, ormai stanchi del Topkapi e decisi a dimostrare la falsità delle dicerie sul declino finanziario dell'impero ottomano. L'esterno neoclassico e gli interni che definire opulenti è troppo poco, lo rende a mio parere, molto interessante ma decisamente pesante, sicuramente più europeo e meno turco.
Si passa da saloni ricche di teche con servizi di té di cristallo e d'oro ad ambienti alle quali si accede da scale con balaustre di cristallo di Baccarat con lampadari enormi, a detta della guida pesanti sino a kg 4.000 e abbelliti anche da candelabri di 3 metri di altezza.
In particolare la Sala Cerimoniale Imperiale appare immensa in quanto progettata per accogliere 2.500 persone, il tutto su ricchi ed elaborati parquet e soffitti riccamente decorati in oro.
Nel corso degli anni la tendenza di queste diverse costruzioni elette a sede del Sultano di turno, è rappresentata da un avvicinarsi continuo al mare, di cui il Dolmabahce rappresenta l'ultima sede.

Un giro in battello sul Bosforo, non può mancare e quindi nella mattinata avevamo deciso che per problemi di tempo potevamo optare per un paio d'ore di risalita e visione delle due sponde, sufficienti da farci scoprire altri palazzi di sultani alcuni dei quali sono stati trasformati in Hotel o di ville più moderne.

Al ritorno ci portiamo verso il punto di partenza dei vari traghetti, ad Eminőnϋ all'estremità del Ponte di Galata, per assaggiare il classico panino con il pesce cotto direttamente sul porto.
Sono molto organizzati nella loro preparazione e tre persone riescono a gestire un buon numero di turisti e locali, che si presentano al banco. Per chi non amasse il pesce, è possibile comunque gustarne anche con Kebap di manzo o di pollo, nonché gustare spremute di arance e di melograni di stagione.
Il traffico di persone è notevole e guardandomi intorno, il mio sguardo cade in particolare sulle donne, più varie nei loro vestiti: coperte di veli da cui in pochi casi trapelano solo gli occhi, o coperte la testa con un foulard o vestite all'occidentale.
La varietà è notevole così come il colpo d'occhio, del quale fanno da cornice i pescatori che sin dalla mattina assiepano il ponte Galata e le sue sponde. Il mare non appare pulitissimo, i pesci pescati non appaiono enormi, ma lo spirito sportivo sembra non manchi e imperscrutabilmente continuano a pescare.

Nel pomeriggio rientriamo perché con Mario ho deciso di andare all'hamam per un bagno turno.

La scelta cade sul Cemberlitas Hamami, uno dei più vecchi risalente al 1584, con una bella piattaforma di marmo e un bel soffitto a cupola con aperture a forma di stella che lasciano filtrare la luce.
I massaggiatori si susseguono, molto professionisti nell'atteggiamento e nella pratica, ironicamente, si può provare ad intuire il loro grado di importanza in base alla dimensione della loro pancia, a volte notevole.
Il posto è molto serio, ma in funzione dei turisti presenti, in genere si conclude con una richiesta di baksheesh al quale è difficile negarsi.

Una buona birra Efes, all'uscita, ci fa riprendere un pò dei liquidi dissipati, mentre Lorena, Luciana e Lena si perdono tra i negozi dell'Arasta Bazaar, che costeggia il lato sinistro della moschea Blu.
Alla sera decidiamo di provare un ristorante di pesce il Sultanahmet Fish House, anche se purtroppo non avendo prenotato ed essendo in undici, dobbiamo accomodarci al coperto ma fuori, alle prese con una serata ancora incerta che a tratti ci rilascia vento e un pò d'acqua.
La cena è comunque buona così come la compagnia.

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L'ultima giornata è dedicata al Topkapi; la mattina si apre con un sole che cerca di infilarsi fra le nuvole che hanno già scaricato tutta l'acqua nella notte e che adesso ci accompagna tra i giardini e i vari padiglioni, facendoli splendere anche esternamente. Gli interni già splendono di luce propria, così ricchi di pietre preziose, di manufatti d'oro, di vestiti riccamente ricamati, fra questi impossibile non citare il pugnale del Topkapi, e il diamante Kasikci (fabbricante di cucchiai) cioè uno smeraldo a goccia di 86 carati.
Oltre a queste meraviglie è però possibile visitare (lavori di ristrutturazioni permettendo), anche le cucine, l'harem, vedere le carrozze utilizzate e altri padiglioni fatti costruire dai vari sultani, ciascuno con l'intento di lasciare qualcosa di personale e più bello di quello fatto costruire dai predecessori.

Personalmente lo ritengo molto piacevole, interessante e sicuramente meno stucchevole del Dolmabahce.

Ormai siamo agli sgoccioli, non ci rimane che un pranzo in un locale trovato sulla strada e un veloce ritorno, non prima di aver sorseggiato l'ennesimo cay, l'ayran e assaggiato per concludere una baklava.
Istanbul merita di essere visitata con più calma e per più giorni, sono tanti infatti gli angoli, che su entrambe le sponde del Bosforo, non abbiamo visitato; questo è stato solo un assaggio.

Grazie Istanbul, non mi hai deluso   


 

Link utili: Hotel Ararat
              Aeroporto Istanbul Ataturk
              Ufficio Cultura e Turismo Turco

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