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E' la luce il primo elemento
che si avverte sbarcando in una calda mattinata di giugno a Trapani e ancora
di più all'arrivo nella prima delle isole Egadi, che ho scelto per questa
vacanza: Lévanzo.
Si
perché qui, la luce, non permette solo di guardare un panorama, ma ne filtra
i colori, crea trasparenze nell'acqua, illumina intonaci e l'indaco delle
porte e delle finestre, fa splendere le piante grasse che sono nate selvagge
sulle sue rive, o scalda qualche gatto che va alla ricerca di qualcosa da
mangiare.
E' come se sottolineasse le cose, le mettesse in evidenza, secondo modelli
che cambiano di ora in ora.
Non siamo più abituati a colori così trasparenti, ma anche così caldi,
avvolgenti, e in breve ci si sente storditi di questa luminosità che ti
protegge, facendoti trasportare dal vento che soffia incessantemente facendoti stringere gli
occhi a fessura, quasi per spiare questo Paradiso, con timore e
gradualità.
Sono tutte così queste isole: avvolgenti, pur se rudi con le loro montagne
che le percorrono nella loro lunghezza e che le rendono selvagge e dure, ma
anche così
morbide sulle coste.
Meglio non arrivarci nei mesi estivi, sono bruciate dal sole e attraversate
dalla gente che passa senza fermarsi, senza goderne tutti gli angoli, senza
ascoltare il richiamo dei gabbiani o il ronzio delle cicale all'interno.
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Se ai giorni nostri queste
isole ispirano sensualità e piacere, un tempo rappresentavano un problema
per chi doveva viverci; una delle pochissime attività era quello
dell'estrazione del tufo a Favignana.
"................................La "pietra bianca" di Favignana è un tufo
conchigliare, considerato il più pregiato sia per la sua compattezza e grana
fine, sia per quel colore lunare conferitogli da una maggiore concentrazione
di calcio.
Lo zoccolo tufaceo più consistente regge l'ala nord-orientale dell'isola che
nei secoli è stata ricamata, o meglio traforata, a "punto mafia" per circa
quattro chilometri quadrati.
Non si sa quando l'uomo ha iniziato a sfruttare questa ricchezza, invece è
certo che si insediò nell'isola settemila anni or sono. Abitò le sue grotte
naturali che ampliò talmente da creare veri e propri santuari, ipogei di
tufo ove lasciò segni evidenti della sua presenza.
Gran parte di queste testimonianze sono state inghiottite dal mare e con
esse gli "alloggi". Il lento bradisismo in atto da quattromila anni ha
distrutto, fagocitato non solo gli ipogei dei primi abitatori, ma sta
inghiottendo anche le prime cave, quelle più antiche, quelle che per
comodità erano state aperte lungo la costa. Infatti i primi cavatori
aggredivano la roccia dal mare e poi, come talpe, si avventavano nel ventre
dell'isola mordendolo, sezionandolo, ed estraendone con paziente lavoro,
quasi un'arte, milioni di blocchetti squadrati chiamati "conci".
I conci, ammassati all'aperto, venivano poi spinti lungo un apposito
scivolo, approdando così sulla chiatta ancorata sotto la cava.

Nelle cave segni indelebili di un duro lavoro sono ancora oggi leggibili;
sono vasche, scogli-sculture che si identificano subito per quella rigida
geometria del taglio squadrato che seziona la roccia sia in senso verticale
che orizzontale.
Gli storici fanno risalire lo sfruttamento del suolo favignanese ai romani,
e oggi, nella zona archeologica di San Nicola il mare lambisce il "bagno
delle donne", una specie di piscina d'epoca romana che riceveva l'acqua da
un condotto che la collegava al mare.
Il ruolo del tufo nell'economia dell'isola è stato importante quanto la
pesca. Infatti dal 1700 fino a 50 anni or sono l'estrazione della pietra
bianca ha avuto un crescente sviluppo. Nelle "mafie" si muoveva un alacre
esercito di cavatori abilissimi e attorno a loro manovali, carrettieri,
marinai delle vicine isole di Levanzo e di Marettimo.
La lavorazione era basata sul cottimo. Il cavatore prendeva in appalto un
terreno, lo preparava a proprie spese liberandolo dal "cappellaccio", cioè
dal calcare di pietra durissima superficiale, dello spessore di uno, due
metri. Poi cominciava il vero lavoro di estrazione. Il tufo veniva tagliato
in blocchetti perfettamente squadrati: 25 x 50 cm, 20 x 40 oppure 25 x 25.
La paga variava a seconda dei blocchi consegnati a fine giornata, pertanto
il cavatore, per accumulare qualche lira in più coinvolgeva nel lavoro i
figli, anche quelli più piccoli.
Scendevano nelle "mafie" anche bambini di otto anni, e finivano con lo
spendere in mezzo al tufo, alla sua finissima polvere che s'annida nei pori,
asciuga le labbra, impasta sudore e saliva, il resto della vita. Delle
"mafie", i vecchi cavatori ricordano soprattutto la fatica, la fame saziata
con pane e cipolla, spruzzata anch'essa di quella polvere bianca che
incipria ogni cosa.
"La pietra - dicono - ha vene, arterie e nervi. Nervi che bisogna evitare.
Guai a farli saltare: pareti e soffitti crollerebbero".
E' una familiarità con la pietra quasi viscerale acquisita dopo anni di vita
vissuta a contatto, a colpi di "mannàra", di "cantuna", di "zappune" e di "picune".
La mannàra ,
una specie di piccozza a taglio largo, serviva per tracciare e approfondire
nella roccia i contorni del blocchetto di tufo. Nessun altro arnese aiutava
il cavatore che lavorava esclusivamente a occhio, e dopo aveva le mani, le
braccia e i movimenti formati e coordinati a praticare quest'arte
distruttiva e creativa al tempo stesso.
Nonostante la meccanizzazione l'estrazione del tufo è un'attività in crisi.
Crisi iniziata dal scarso guadagno e dal costo del trasporto via mare
divenuto sempre più proibitivo.
Ma la vita col tufo non finisce qui. Molte vecchie "mafie" sono state
riciclate in campi di coltivazione, e le possenti pareti levigate, incise da
una fitta ragnatela di "cantuna", oggi cintano vigne, orti, giardini. A
cinque, sette metri di profondità, al riparo dall'arsura del vento e della
salsedine, si coltiva la vite, si piantano agrumi, pomodori, ortaggi. In
queste serre a cielo aperto fiorisce una stupenda flora spontanea e
variopinta, fruttificano melograni, mandorli, fichi,
aranci..................................................
tratto da Coriandoli delle Egadi
che ringrazio
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