Il vento fa il suo giro

Regia: Giorgio Diritti

Sceneggiatura
:
Giorgio Diritti e Fredo Valla

Montaggio:
Edu Crespo

Musica
: Marco Biscarini e Daniele Furlati

Interpreti principali:
Alessandra Agosti
Dario Anghilante

Giovanni Foresti
Thierry Toscan

Produzione: Arancia Film e Imago Orbis


Origine : Italia 2007
Durata
: 110' Colore

Genere: Drammatico

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vento fa il suo giro

Sinapsi
Nel contesto montano delle Alpi occitane italiane, Chersogno é un piccolo villaggio la cui sopravvivenza é legata ad alcune persone anziane ed a un fugace turismo estivo.
In questa piccola comunità arriva un pastore francese, accompagnato dalla sua giovane famiglia, le sue capre e la sua piccola attività da imprenditore formaggiaio.
Ben accolto, se pur non a braccia aperte, il suo arrivo diventa la dimostrazione di una possibile rinascita del paese. Ma, un po’ alla volta, le condizioni di vita divengono sempre più difficili, tra incomprensioni, rigidezze e un pizzico di invidia. Alcuni tra gli abitanti iniziano a sentire troppo ingombrante questa nuova presenza, ed una serie di vicissitudini portano il paese a dividersi in due.

NOTE REGIA E MOTIVAZIONI
La storia si svolge nelle valli occitane del Piemonte. Protagonista è un ex professore francese, alla ricerca di un’esistenza secondo i tempi della natura per sé e la sua famiglia. L’uomo si è fatto contadino-pastore e viene a insediarsi a Chersogno.

Uomo e natura: un equilibrio difficile in relazione in particolare allo sviluppo, ma anche un richiamo forte che accomuna molte persone scontente della loro vita ed alla ricerca delle sensazioni primordiali dell'esistere.

La storia si sviluppa in una dimensione corale dove si distinguono due entità; il "paese" e la famiglia del pastore francese.
Tra i temi posti in sottotraccia vi è certamente il rapporto di soddisfazione ed insoddisfazione che hanno i vari personaggi nei confronti della vita. Le loro scelte e i loro umori sono lo specchio di queste sensazioni. Non si cerca quindi di proporre riflessioni sull'ecologismo o su una fascinazione per filosofie New Age. C’è al contrario l'osservazione di uomini che nella briciola di tempo della loro esistenza cercano un'identità che gli corrisponda, credono di poterla gestire, costruire, la inseguono, la ricercano disperatamente; o di altri che non la identificano più, avendo fatto proprio il ruolo che gli schemi della società o le amarezze della vita gli hanno costruito attorno.

In questa dimensione tutto appare sospeso, possibile ma allo stesso tempo definito. Affiora la sensazione del destino, come ricorda una piccola filosofia popolare citata da uno dei personaggi del film: "Le cose sono come il vento, prima o poi ritornano."
Gli eventi propongono una riflessione sulle scelte personali, su quelle che potranno caratterizzare il futuro, che potranno forse modificarlo per renderci intimamente più felici, in pace con noi stessi.

L’arrivo dell’ex professore assume un particolare significato per la rinascita del villaggio occitano di Chersogno, spopolato dall’emigrazione. Ciò nonostante l’integrazione fra identità e motivazioni di vita maturate dai vari personaggi della storia è tutt’altro che facile. Il limite umano si manifesta anche di fronte ai progetti più nobili e ai grandi sogni. Nelle pieghe si annidano contrasti, invidie, risorgono antiche chiusure; ipocrisie che crescono, autoalimentandosi, fino a trasformare agli occhi di molti il professore francese in un intruso, in un diverso.

Lo scenario che l’ambiente di montagna offre, diviene esso stesso interprete della storia nei contrasti che le stagioni, le differenze di quota e di luce, offrono. Il rapporto con la "diversità" diviene man mano il punto cardine dell'evoluzione narrativa, come un ostacolo o comunque un passaggio inevitabile nel rapporto dell'uomo con la propria identità e con la realizzazione di sé.
La "diversità" come disagio o arricchimento a seconda delle posizioni dei diversi protagonisti. La "diversità" è l'elemento scatenante del conflitto, che mette in discussione le certezze, le convinzioni, condiziona gli eventi, le scelte, trasforma le persone, ne ribalta il ruolo e va a proporre un sicuro spunto di riflessione sulla capacità delle società di evolversi nella valorizzazione delle diverse identità.

Senza contatto, scambio di valori e accoglienza, non può esserci sviluppo umano e qualità dell’esistere e sembra inevitabile che a questo si giunga solo con il travaglio, che solo la dimensione tragica possa risvegliare nell'uomo una coscienza, da cui possa germogliare una dimensione di speranza e di fiducia.

Film rivelazione del Cinema Indipendente Italiano, ha ricevuto 5 nomination al premio David di Donatello:
Migliore film
Migliore regista esordiente: Giorgio Diritti
Migliore sceneggiatura: Giorgio Diritti e Fredo Valla
Migliore Produttore: Simone Bachini, Mario Chemello, Giorgio Diritti
Migliore Montaggio: Edu Crespo
24th Bergamo Film Meeting - Rosa Camuna d'Oro
1st Lisbon Village Film Festival - 1° premio Migliore film

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COME SI E’ REALIZZATO IL FILM

"Il vento fa il suo giro" è un progetto sperimentale girato con tecnologia digitale. Senza aver goduto di finanziamenti statali infatti è in lavorazione grazie ad una particolare formula produttiva: le persone della troupe e gli attori principali entrano in coproduzione garantendosi con il lavoro una quota del film. Questo è stato possibile grazie all'adesione ad un progetto che esce dagli schemi tradizionali del cinema italiano, facendo propria una scelta che crede ancora all'importanza di raccontare storie autentiche. Gli abitanti delle valli, oltre a ricoprire pressoché tutti i ruoli comprimari, hanno sostenuto e reso possibile il film mettendo a disposizione mezzi, animali, oggetti di scena ed ambienti dove effettuare le riprese. Sperimentale e innovativo è poi l'uso delle lingue dei personaggi: il francese per la famiglia Héraud, l'occitano per i valligiani e l'italiano per gli abitanti del fondo valle. L'intenzione di utilizzare i sottotitoli, mantenendo inalterato l'uso delle lingue senza ricorrere al doppiaggio, non falsa la narrazione e non appiattisce il film su standard preconfezionati. Allo stesso tempo condivide e supporta recenti studi sull'intercomprensione linguistica nell'ambito delle lingue romanze.

 

Il film parte da un Paese sospeso in una valle ormai disabitata a causa dell'emigrazione verso la grande città, in cui, con l'aiuto di alcuni consapevoli cittadini, arriva per risiedervi un ex professore francese, trasformatosi in allevatore di capre per cercare di rimanere libero anche dalle burocrazie. La vita in montagna non è facile, sono poche le comodità, ma anche più semplice, dove potrebbe essere possibile ricostruire un rapporto più umano fra le persone.
Purtroppo non è sufficiente e le miserie umane con le sue invidie, i suoi egoismi, le paure delle diversità, lentamente prevalgono e coprono quanto di bello si è creato.
Il regista non propone immagini documentaristiche e cinema da cartolina, e l'opera mette il dito nella piaga dell'intolleranza e nella difficoltà a relazionarsi con l'altro.
Se le immagini dell'arrivo del nuovo pastore con la sua famiglia e l'accoglienza del Paese, quasi a rappresentare una Natività, mi hanno emozionato, il finale ci riporta alla dura realtà pur lasciando una luce di speranza, quando uno dei pochi giovani decide di fermarsi per ricominciare.
E' un film non semplice nei scarni dialoghi, espressi in tre lingue, ma aiutato da una bella fotografia e da concetti semplici espressi anche con molta poesia.  


la mia recensione
 

 

 

 

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