R I T O R N O R I T O R N O

                                                                 Avana  magica                                                    di Graziano Bartolini

L’Avana è una bianca perla graffiata, lambita con tenerezza scontrosa dal mare. S’apre sul Golfo del Messico come una conchiglia antica, qua e là scheggiata o sbriciolata, ma che non ha perso la sua brillantezza. E ad ogni albeggiare il sole gliela restituisce poco a poco, amorevole, per poi svegliarla deciso, inondandola con la luce perentoria dei Caraibi, che sfavilla e rimbalza dalle onde fino all’ultimo quartiere di casette in mezzo agli orti e le palme della verde pianura.

Va ammirata dall’alto di uno dei suoi palazzoni anni ‘50 che paiono sopravvissuti a un uragano, come il Focsa, che ha in cima un ristorante da cui si gode una vista smisurata, o gli hotel Riviera e Habana Libre. Poi si scende sul Malecón, il lungomare, perché l’Avana è innanzitutto un approdo e bisogna cominciare a conoscerla dalla costa.

San Cristóbal de La Habana fu fondata nel 1515 a sud dell’isola, ma presto venne trasferita a nord, dapprima alla foce del fiume Almendares, dove s’erge il seicentesco torrione della Chorrera, poi attorno alla baia riparata, in posizione strategica lungo le rotte che univano il Vecchio Mondo col Nuovo. La rada, descritta fin dal 1508 dal navigatore Ocampo, che la chiamò Puerto de Carenas, ha come guardiano naturale un promontorio di pietra, su cui fu costruito, tra il 1589 e il 1630, il castello dei Tres Santos Reyes Magos del Morro, che col suo faro domina ancora il panorama. Un’enorme catena lo univa alla coeva fortezza di San Salvador de la Punta, sull’altro lato del canale d’accesso.

Qui attraccavano i galeoni con preziosi carichi provenienti da Cartagena e Veracruz, o addirittura dal Perù e le Filippine. Nel corso dei secoli, per mare sono arrivati all’Avana il vino e la polvere da sparo, le epidemie di peste e la moda, le notizie e i vascelli negrieri, le armate nemiche e le vele dei pirati. Bruciata nel 1555 dal corsaro francese Jacques de Sores, la città vide sfilare la flotta di Drake nel 1586 e quella di Morgan nel 1668. Entrambi rinunciarono all’assalto, ma nel 1762 l’occuparono i soldati inglesi, finché fu scambiata dalla Spagna per la Florida.

Il porto è il fulcro dell’Avana e dal 1714 ne è patrona la vergine nera di Regla, venerata da marinai e pescatori, il cui culto si è fuso con quello di divinità africane portate dagli schiavi. Qui nel 1796 giunsero da Santo Domingo le presunte ceneri di Colombo. Qui nel 1898 esplose l’incrociatore statunitense Maine (si ignora se per sabotaggio o autoattentato), pretesto per l’intervento con cui gli USA tolsero ai patrioti cubani il merito della vittoria nella lotta anticolonialista e si sostituirono agli spagnoli.

Qui approdavano negli anni ‘50 i traghetti che riempivano il Nacional, il Tropicana, le sale da gioco e i bordelli avaneri. Qui nel 1960 una nave belga carica d’armi fu fatta saltare in aria dalla CIA e nacquero i Comitati di Difesa della Rivoluzione, come ronde contro i bucanieri. Su questi moli si sono ammassate le merci provenienti dai paesi dell’Est che legavano Cuba al blocco sovietico e da questi scogli sono partiti, nel momento più duro della crisi economica seguita alla fine di quei rapporti, gli equipaggi di tante zattere nella triste migrazione dei balseros verso Miami.

Due volte gli avaneri hanno guardato invece verso terra: nel 1899 quando accolsero Máximo Gómez, capo dell’esercito liberatore, e nel 1959 quando giunsero i ribelli guidati dal Che e Fidel. Ma è dal Malecón che gettano ogni 28 ottobre un fiore in ricordo di un altro guerrigliero leggendario scomparso in mare: Camilo Cienfuegos.

L’interno dell’Avana è un rincorrersi di colonne e balaustrate, dai massicci pilastri di pietra calcarea alle copie di modelli greci o rinascimentali, fino a quelle più semplici, con stucchi policromi, o ai poveri pali di legno che sorreggono umili porticati e verande con sedie a dondolo e vasi di fiori. È un rincorrersi di grate e cancelli, macchie di giardini, cortili frondosi, facciate cui l’intonaco scrostato non toglie la gioia degli azzurri, dei verdini, dei gialli, dei rosa. È un rincorrersi di caseggiati sconvolti da corridoi, soppalchi, tramezzi, tetti piani trasformati in conigliere o pollai, palestre o lavanderie. È un rincorrersi di stili, dal moresco andaluso al modernismo tropicale: dovunque l’architettura produce ombra e stempera la luce, la rifrange e l’ammorbidisce usando vetrate multicolori, porte, paraventi e persiane. E se la casa creola è sobriamente chiusa su se stessa, la folla cubana meticcia e ciarliera l’ha presto smentita, spalancandovi un mondo confuso, animatissimo e composito.

Uno dei punti più belli dell’Avana Vecchia, dichiarata nel 1982 dall’Unesco patrimonio dell’Umanità e in fase di restauro a cura dell’operosa Oficina del Historiador de la Ciudad de La Habana, è la zona della Plaza de Armas, con la cinquecentesca fortezza della Real Fuerza, la più antica d’America. Un tempietto neoclassico commemora il luogo dove, secondo la tradizione, fu celebrata la prima messa avanera sotto una gigantesca ceiba un 16 novembre e chi fa in quel giorno tre volte il giro dell’albero vedrà realizzarsi un desiderio. Sulla piazza s’affacciano due capolavori pubblici del barocco cubano, culminato nel XVIII secolo: i palazzi del Segundo Cabo e dei Capitanes Generales. E tra le vie Obispo, Mercaderes e Oficios ci sono alcune stupende dimore coloniali, benché le più sontuose, quelle dei conti di Bayona e della Reunión e dei marchesi di Arcos e di Aguas Claras, si trovino dalla piazza della Cattedrale, piena di bancarelle d’artigianato di giorno e incantevole di notte, con la luna e il silenzio.

Ogni via dell’Avana nasconde però le sue sorprese e bisogna godersele adagio, tra un crocchio di anziani che giocano a domino e una partita di baseball da marciapiede dei ragazzini, sorseggiando un cocktail nei famosi bar o provando i pasticcini delle baracchette private, camminando dalla casa natale di José Martí, poeta e apostolo della nazione cubana, all’arioso viale del Prado, nella parte ridisegnata a inizi Novecento con le cupole dell’attuale Museo della Rivoluzione e del Capitolio. Tra fumo di tabacco odoroso e di benzina scadente per magnifici catorci a quattro ruote, si attraversano poi i successivi ampliamenti della città oltre le muraglie, fino al Vedado, con la teatrale collina universitaria, gli eleganti villini, una miriade di bar e cabaret e la gelateria Coppelia sull’arteria chiave dell’Avana moderna, la 23. Ma il baricentro della vita notturna tende ancor più a ovest, verso le discoteche dei grandi alberghi di Miramar e i locali all’aperto di Playa e Marianao.

Perché l’Avana è musica, e anche lontano dalle ribalte più note si suona e si balla. Ai cubani bastano due paletti, una latta vuota, una voce e una chitarra per mettere insieme un’orchestrina: all’Avana si è frastornati dalla scoperta che ogni passo può essere reso danza e in tutte le teste frulla un motivetto.

L’Avana ha tradizioni d’avanguardia in molti campi: è stata tra le primissime capitali al mondo ad avere una ferrovia, a illuminarsi a gas o a usare il telefono e la televisione. La luce elettrica vi è giunta nel 1855 e il cinema pionieristico nel 1895, appena sei mesi dopo Parigi.

L’Avana è un mito letterario, dalle citazioni di Hemingway e Greene al passaggio di García Lorca, dalla principesca fantasia di Alejo Carpentier al dedalo erudito e sanguigno di José Lezama Lima, dal turbinio linguistico e la memoria ferita di Guillermo Cabrera Infante alla poesia di Dulce María Loynaz, Eliseo Diego, Miguel Barnet, Pablo Armando Fernández, fino ai moltissimi giovani che scrivono nonostante tutto in questa città incredibile, culla di una letteratura tra le più ricche e vitali del continente, in uno spagnolo vibrante di influssi come di localismi, esuberante e cantabile.

Ma soprattutto, l’Avana è la sua gente, piena di problemi e di soluzioni, capace di resistere a quanto avrebbe piegato qualunque altro popolo e di farlo ingenuamente, collettivamente, come d’istinto. Gli avaneri sono ospitali, curiosi, spontanei, pur vivendo tra mille difficoltà, con aspettative da paese sviluppato e quotidiane carestie. L’incertezza della loro transizione di fine millennio l’affrontano insieme, mescolandosi, chiamandosi, toccandosi, cercandosi, senza frontiere di pelle.

E infine, nell’immaginazione l’Avana è donna. Benché il suo nome derivi dall’ultimo cacicco, Habaguanex, la leggenda ha subito inventato la bella india raffigurata sulla fontana detta della Noble Habana. E lo stellato notturno avanero è un ventaglio tenuto in mano da Cecilia Valdés, la sensuale mulatta protagonista di un amatissimo, romantico feuilleton di Villaverde. Perché quando altrove quasi più nessuno s’emoziona, le ragazze dell’Avana ballano ancora, con poco rum, poco caffè e borsette piene di nulla: un mozzicone di rossetto, una carta d’identità gualcita con lo stemma di un paese orgoglioso, un libro, poche foto in bianco e nero, poco denaro per i pochi autobus. Con addosso profumi da quattro soldi che non riescono a cancellare l’aroma della brezza marina e del sole, con i fiori sgargianti dei pochi vestiti con cui si vestono poco, perché l’aria e gli sguardi le accarezzino meglio, e con i loro cuori ancora capaci d’allegria, le ragazze dell’Avana ballano controcorrente e contromano nella loro città umida e sdrucita, ma anche eternamente spettinata dal vento e percorsa dalla giovinezza, dall’utopia e da sciami di biciclette.

Per tutto questo l’Avana lascia sempre nel viaggiatore un rimpianto, disarmante come il suo cielo soffice e terso, che s’accende d’arancione e cremisi quando la città s’inchina all’imbrunire, prima di precipitare nel languore delle sue notti.

 Testo tratto dal volume fotografico di Graziano Bartolini La Habana como un chevrolet (Arci Solidarietà, Cesena 2000), pp. 4-9