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Buone notizie |
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I mass media in genere, sono sempre pieni di notizie di
sangue, conflitti, morti, disastri atmosferici, guerre ecc.: le
buone notizie a volte
ci sono, ma anziché essere messe in rilievo, a malapena si possono trovare a fatica in fondo alle pagine,
in trafiletti invisibili o relegate in qualche notiziario delle ore
notturne. Ho deciso di segnalarne alcune per darci una botta di ottimismo, aiutandoci a credere e a lottare per un Mondo migliore. |
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23/11/2010 Myanmar, Aung San Suu Kyi riabbraccia il figlio dopo dieci anni Lo ha atteso all'aeroporto di Yangon |
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![]() Kim Aris riabbraccia finalmente la madre Aung San Suu Kyi dopo dieci anni. L'incontro è avvenuto all'aeroporto di Yangon, dove il figlio è atterrato in arrivo da Bangkok. Il trentatreenne, figlio minore della leader democratica della Birmania, attendeva in Thailandia il visto per poter entrare nel Paese, dopo esserselo visto negare per anni. La leader democratica si trovava agli arresti domiciliari da quando aveva vinto le elezioni nel 1990, senza poter usare telefono e internet e con limitati contatti con l'esterno. Kim Aris risiedeva in Inghilterra.
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02/11/2010 Tanzania, un albino entra a far parte del parlamento In Tanzania gli albini sono da sempre emarginati |
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![]() La Tanzania elegge il suo primo parlamentare albino. Si chiama Salum Khalfani Bar'wani. Prima di lui un altro albino aveva ricoperto pari carica, una donna: Al-Shymaa Kway-Geer. Ma era stata scelta dal presidente, che ha il potere di indicare fino a 10 persone fra i non eletti. La sua nomina aveva pertanto un carattere simbolico. Bar'wani si dice contento perché la sua elezione è frutto della scelta della gente, mostrando così quanti passi avanti si siano fatti circa i pregiudizi nei confronti degli albini. Da sempre vittima di emarginazione, vengono ritenuti portatori di particolari poteri magici, tanto da essere venduti agli stregoni ed usati nei riti. |
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22/10/2010
Cipro, Onu: rimosse 25mila mine antiuomo e anticarro
Erano state collocate nel 1974, ai tempi dell'intervento militare turco sull'isola dopo un fallito golpe di nazionalisti greco-ciprioti |
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![]() A Cipro, negli ultimi sei anni, gli sminatori delle Nazioni Unite hanno individuato, rimosso e distrutto 25mila ordigni tra mine antiuomo e anticarro collocate nel 1974, ai tempi dell'intervento militare turco sull'isola dopo un fallito golpe di nazionalisti greco-ciprioti. Lo ha annunciato Lisa Buttenheim, speciale rappresentante del segretario generale dell'Onu a Cipro, affermando che "aver raggiunto questa pietra miliare rappresenta un altro importante passo avanti nella nostra attività al servizio delle due comunità dell'isola". Gli esperti del Centro Onu antimine di Cipro (Unmacc) - un progetto realizzato dall'organizzazione Partnership per il Futuro che fa parte del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) - operano dal 2004 all'interno della zona cuscinetto lunga 180 chilometri che taglia l'isola in due. All'interno di questa striscia di terra, gli sminatori hanno trovato e rimosso 17.000 mine antiuomo e 8.000 mine anticarro. Si ritiene comunque che, su una superficie di circa due milioni di metri quadrati dell'isola ancora non bonificati, possano trovarsi almeno altri 15.000 ordigni inesplosi che l'Unmacc conta di rimuovere del tutto entro l'anno prossimo. |
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08/01/2010
Portogallo, passa in prima lettura
legge sui matrimoni tra omosessuali
Il premier socialista Soares mantiene la promessa elettorale, bocciati gli emendamenti sulle adozioni gay |
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L'iter della legge è ancora lungo, ma
l'approvazione in prima istanza da parte del Parlamento di Lisbona dei
matrimoni tra persone dello stesso sesso è un passo storico per il
Portogallo, Paese di forte tradizione cattolica.
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08/10/2009
Il salvataggio non è un reato
Il premier socialista Soares mantiene la promessa elettorale, bocciati gli emendamenti sulle adozioni gay |
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AGRIGENTO – Salvare vite umane non
costituisce reato. Molti lo riterranno scontato, eppure è la notizia
dell'anno. Anzi degli ultimi cinque anni. Tanto infatti è passato dal 12
luglio 2004, quando l'equipaggio della nave Cap Anamur della omonima ong
tedesca, venne arrestato con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione
clandestina dopo aver salvato la vita a 37 naufraghi soccorsi nel Canale di
Sicilia. Dopo un estenuante processo durato 5 anni e oltre 30 udienze in cui
sono stati sentiti più di 40 testimoni, il Tribunale di Agrigento oggi ha
assolto con formula piena gli imputati: Elias Bierdel e Stefan Schmidt,
rispettivamente presidente dell'associazione Cap Anamur e comandante
dell’omonima nave, perché "il fatto non costituisce reato". Il primo
ufficiale Vlasimir Dachkevitce, è stato invece assolto per non avere
commesso il fatto. Una sentenza per niente scontata, che smonta l'impianto
accusatorio dei pubblici ministeri Santo Fornasier e Gemma Milani, che
avevano sostenuto che non si fosse trattato di un salvataggio, quanto
piuttosto di “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film
documentario e trarne vantaggi di notorietà”. Per questo l'accusa aveva
chiesto la condanna degli imputati a 4 anni di carcere e 400.000 euro di
multa. Finisce così il calvario degli imputati, finiti sotto giudizio per aver rispettato il diritto marittimo, che obbliga al salvataggio e all'accompagnamento dei naufraghi nel porto sicuro più vicino. Una norma che però stride con il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, di cui si rende autore chiunque accompagni sul territorio italiano cittadini stranieri privi di un regolare visto d'ingresso. E infatti il caso Cap Anamur non è l'unico. In molti ricorderanno le vicende del cargo Pinar, che ad aprile rimase bloccato per giorni in mare con dei naufraghi a bordo, in attesa che l'Italia ne autorizzasse lo sbarco. Quanti invece ricordano il caso dei sette pescatori tunisini di Teboulbah? L'8 agosto 2007 salvarono 44 naufraghi e li sbarcarono a Lampedusa, dove vennero arrestati in flagranza di reato, con l'accusa – di nuovo – di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per loro la sentenza è fissata al 17 novembre 2009. Gli avvocati di Bierdel e Schmidt si sono detti soddisfatti. “Oggi viene ristabilito un principio di diritto internazionale tra i più antichi al mondo: quello del salvataggio in mare, già codificato ai tempi dei Fenici”. Così l’avvocato Liana Nesta commenta l’assoluzione dell’equipaggio della Cap Anamur dopo un processo durato 5 anni, e che ha visto l’audizione di oltre 40 testimoni in 30 udienze. “Salvare vite umane – continua l’avvocato – è sempre un dovere e mai un reato”. E l’avvocato Vittorio Porzio aggiunge: “Con questa sentenza viene ristabilito anche un altro principio di diritto internazionale: e cioè che il salvataggio non si esaurisce prendendo a bordo i naufraghi ma portandoli in un porto sicuro, e a decidere quale sia questo porto spetta unicamente al comandante della nave, come previsto dalle convenzioni internazionali”. Gli avvocati della difesa attendono adeso la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per valutare eventuali azioni di richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta detenzione di 4 giorni dei loro assistiti successivamente allo sbarco nel 2004 e per il danno di immagine subito. Ma
dove sono finiti oggi i 37 naufraghi soccorsi? 35 di loro furono rimpatriati
nei mesi successivi al salvataggio: 17 in Ghana e 18 in Nigeria. E soltanto
2 di loro rimasero in
Italia.
Tra i 35 rimpatriati ben 24 avevano ottenuto il riconoscimento dello status
umanitario dalla commissione di Caltanissetta. Non solo. Come ha ricordato
Elias Bierdel in conferenza stampa, subito dopo il salvataggio oltre 37
città italiane si offrirono per accogliere i naufraghi, ma la loro
disponibilità non venne raccolta dal governo italiano. “Attenzione però a
non censurare soltanto il comportamento del governo italiano – aggiunge
l’avvocato Porzio –. Lo stesso deprecabile comportamento fu tenuto allora
dal governo tedesco, il quale rifiutò di concordare il diritto di transito
dei naufraghi verso la Germania per poter esaminare là le loro richieste di
asilo”.Gabriele del Grande a cura di Peace Reporter
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16/11/2009
Correa tende la mano al mestiere più
vecchio del mondo
Non vogliamo nessun trattamento speciale, ma solo che le cose siano per legge e per diritto come per gli altri cittadini |
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Esiste un paese in cui i politici incontrano le prostitute di giorno e con i pantaloni ben allacciati. E' l'Ecuador di Rafael Correa.
Il 13 settembre scorso il presidente dell'Ecuador e vari ministri del suo governo hanno pranzato con una dozzina di lavoratrici del sesso per conoscere la problematica della categoria. Dopo quell'incontro, la situazione per le donne che operano nel settore dell'offerta sessuale sta rapidamente cambiando. Il ministero della Giustizia e il ministero della Salute stanno lavorando congiuntamente con i rappresentanti della Redtrabsex, (Red de trabajadoras sexuales), rispettivamente per evitare discriminazioni per chi esercita il mestiere più vecchio del mondo e per elaborare un piano di prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale. In seguito alla riunione, avvenuta il 22 ottobre scorso tra la delegazione delle lavoratrici e il presidente dell'assemblea parlamentare, Fernando Cordero, è allo studio la modifica dell'articolo del codice penale ecuadoriano che sanziona con multe da sette a quattordici dollari e con la prigione da due a quattro giorni chi "staziona per molto tempo e senza motivo plausibile all'angolo della strada o in altro luogo non destinato al tempo libero degli abitanti". Articolo con il quale in numerosi casi la polizia minaccia e trattiene le lavoratrici sessuali. E a fianco di
una richiesta di maggior rispetto per le donne che esercitano questo lavoro,
Redtrabsex sta incentivando progetti di formazione per microimprese al fine
di offrire delle opportunità alle donne non più convinte di questo lavoro.
E' comune che chi si prostituisce per vivere, lo faccia dovendo mantenere
figli e parenti, senza alternative di sussistenza. L'obiettivo finale della
Redtrabsex è di eliminare la discriminazione sociale e la repressione della
polizia nonché permettere alle lavoratrici del sesso di accedere ai
programmi di sicurezza sociale riservati ai lavoratori. E anche dar loro una
scelta. L'associazione opera solo
nelle grandi città o anche nelle zone meno abitate? E i rapporti con la
delinquenza? |
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28/04/2009
Cuba, Washington e L'Havana oggi sono
più vicini
Da lunedì le parti hanno iniziato a dialogare. Per la fine del bloqueo ci vorrà ancora molto tempo |
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Quello che in molti aspettavano, forse,
oggi, potrebbe iniziare a trasformarsi in realtà.
Alessandro Grandi |
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17/04/2009
La nostra Africa
Otto paesi africani, insieme ad Emergency,
porteranno al G8 un nuovo modello di crescita e di relazioni internazionali:
puntare in alto non solo si può, ma si deve. Intervista a Gino Strada |
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Un nuovo modello di sanità, di relazioni
internazionali, di sostegno ai paesi africani. A San Servolo, Venezia, si
discute di come sia più utile portare assistenza sanitaria in Africa. Ma si
discute anche di pace, tra ministri di Paesi che sono - ancora oggi - in
guerra tra loro. Otto Paesi che presto proporrando agli otto grandi del mondo una nuova via per crescere. Insieme. Come
siete riusciti a mettere attorno a un tavolo i rappresentanti di governi
storicamente in guerra fra loro?Non solo storicamente sono ancora in guerra fra loro. Ma a dire la verita' non e' stato cosi' difficile: abbiamo chiesto loro di venire a parlare di medicina, di un progetto comune per l'Africa. La precondizione, naturalmente, e' che chi chiede goda di una certa credibilita'. E noi ce la siamo costruita. In alcuni di questi paesi lavoriamo da anni, come la Sierra Leone e il Sudan. Altri conoscono il nostro lavoro. In altri ancora abbiamo lavorato anni fa, come il Ruanda: il delegato ruandese oggi ha iniziato il suo intervento ricordando che Emergency e stata una delle prime organizzazioni ad intervenire dopo il genocidio.
Quindi hanno accettato subito
l'invito.
Come e' successo per il
Centro di cardiochirurgia che avete costruito a Khartoum. Insomma, oggi a San Servolo
abbiamo visto all'opera una diplomazia sanitaria.
Qual e' il prossimo passo? a cura di Peace Reporter |
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17/12/2008
Africa in prima fila nel processo
lanciato dalla risoluzione Onu del 2007
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Togo e Burundi hanno deciso di abolire la pena
di morte, confermando il ruolo centrale dei Paesi del continente africano
nell'approvazione, da parte dell'Assemblea delle Nazioni Unite, della
moratoria contro le esecuzioni capitali.
Michele Dotti
a cura di Peace Reporter |
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27/10/2008
L'Africa contro le bombe a
grappolo
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"Tutti i paesi africani, senza alcuna
eccezione, firmeranno il trattato sul bando delle cluster bomb – o bombe
a grappolo – che verrà siglato il prossimo 3 dicembre ad Oslo, in
Norvegia."
Kampala Actin Plan. E'
questo il cuore della dichiarazione approvata a conclusione dei lavori
della riunione, a cui hanno partecipato nella capitale ugandese 42 stati
africani, per il 'Kampala Action Plan'.
Il 'Kap' chiede con urgenza a tutti gli Stati africani di firmare questa convenzione, per "dimostrare il forte impegno del continente per lo sradicamento delle munizioni a grappolo". La convenzione che verrà siglata a Oslo impegnerà i governi sottoscrittori a interrompere definitivamente l’uso, la produzione, la vendita e il deposito delle bombe a grappolo. Tutu:
"Sono le armi più disumane". Il premio Nobel africano Desmond
Tutu, che ha partecipato alla riunione di Kampala, nel suo intervento ha
definito le cluster bomb, "un abominio" la cui fabbricazione e utilizzo
"non può e non deve essere tollerato da nessun governo". "Tutte le armi
– ha detto Tutu – sono disumane, poiché progettate per uccidere, ma le
bombe a grappolo uccidono e mutilano in modo del tutto indiscriminato e
spesso le principali vittime di queste armi micidiali sono civili
innocenti". Museveni: ''Africa, discarica di armi". Durante l’apertura della conferenza di Kampala, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha affermato che la convenzione contro l’uso delle munizioni a grappolo rafforzerà la pace e la sicurezza in Africa, dopo che per quattro decenni il continente ha vissuto violenti conflitti, durante i quali spesso sono state usate le bombe a grappolo: "Questo – ha detto Museveni – è inaccettabile: per lungo tempo l’Africa è stata una discarica per armi pericolose, comprese le bombe a grappolo, che hanno causato la perdita di migliaia di vite umane". Michele Dotti a cura di Peace Reporter |
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Italia - 18.9.2008
Di razza umana ce n'è una sola Manifesto degli Scienziati italiani contro il razzismo |
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Di razza umana ce n'è una sola. Un
concetto semplice, che nel 2008 dovrebbe appartenere al bagaglio
culturale di ciascuno di noi. Ma purtroppo, come le recenti vicende di
cronaca insegnano,
non è così.
![]()
Questa, amara, considerazione ha spinto il
gruppo degli scienziati italiani Contro ogni razzismo, durante un
meeting tenutosi in provincia di Pisa, a scrivere il Manifesto degli
Scienziati Antirazzisti 2008. L'iniziativa è sostenuta dalla Regione
Toscana e punta a raccogliere le adesioni del maggior numero possibile
di studiosi.
''Le razze umane non esistono. L’esistenza
delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva
interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai
nostri sensi, erroneamente associate a differenze 'psicologiche' e
interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte
suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi
biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da
sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in
'migliori' e 'peggiori' e quindi discriminare questi ultimi (sempre i
più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei
momenti di crisi'', recita un quanto mai chiaro Articolo 1 del
Manifesto.
I primi firmatari sono nomi di primo piano
della scienza, tra i quali spicca il Premio Nobel Rita Levi Montalcini,
Francesco Remotti, Elena Gagliasso, Alberto Piazza e tanti altri.
Sembrano lontani i tempi del Manifesto
della Razza, sottoscritto nel 1938 da professori universitari italiani,
che rappresenta una delle pagine più cupe della storia di questo Paese.
Ma dopo settanta anni il mondo accademico è chiamato a dare un segnale
diametralmente opposto, perché il razzismo è ancora tra noi. Anche se,
come ricorda all'articolo 7, ''il razzismo é contemporaneamente omicida
e suicida''.
a cura di Peace Reporter |
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Australia -
29.7.2008
Addio alla 'soluzione pacifica' Immigrazione, l'Australia non manderà più in carcere i richiedenti asilo in attesa |
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Era una delle poche notizie che escono
dall'Australia e fanno il giro del mondo: qualsiasi richiedente asilo
arrivato nell'isola-continente veniva messo in carcere, e lì ci rimaneva
mentre la sua pratica veniva esaminata. Le immagini delle proteste di questi
migranti, alcuni con le labbra cucite a simboleggiare la loro mancanza di
voce, hanno fatto il giro del mondo e divennero la caratteristica più
conosciuta all'estero del conservatore John Howard. Otto mesi dopo la
sconfitta del premier che l'ha governata per undici anni, l'Australia ora
volta pagina. Il nuovo governo di Kevin Rudd ha deciso di abbandonare la
politica di detenzione automatica per i richiedenti asilo. Le
nuove disposizioni. “Non è un'apertura di
massa dei cancelli, è una cosa relativa a un trattamento più umano dei
richiedenti asilo”, ha detto il ministro per l'immigrazione Chris Evans
presentando le nuove disposizioni. “Questo governo rifiuta l'idea che la
de-umanizzazione e la punizione degli arrivi non autorizzati con
detenzioni a lungo termine sia una risposta efficace e civile. Le
persone disperate non vedono come un deterrente la minaccia di una
detenzione severa, spesso scappano da circostanze ben peggiori”, ha
aggiunto Evans. Sotto la nuova politica, il carcere rimarrà una
possibilità remota, da utilizzare solo come ultima risorsa con i
rifugiati considerati una minaccia alla sicurezza. In nessun caso
verranno detenuti dei bambini, mentre la situazione degli adulti in
carcere verrà rivista ogni tre mesi.
La “soluzione pacifica”.
Il programma di detenzione per i richiedenti asilo era stato introdotto
dai laburisti all'inizio degli anni Novanta, ma fu con l'arrivo di
Howard che venne applicato in modo sistematico. Nel 2001 fu introdotta
la politica della “Pacific Solution”, ossia la creazione – in
cambio di aiuti economici – di alcuni centri di detenzione su piccole
isole dell'Oceania, come Nauru, dove venivano inviati i migranti
intercettati in mare o all'arrivo in aeroporto. La filosofia alla base
era simile a quella applicata dagli Usa ai detenuti di Guantanamo: non
avendo messo piede sul suolo australiano, queste persone non potevano
appellarsi alle leggi di tutela dei diritti umani. Il programma
all'inizio
era ben visto dagli australiani, convinti del fatto che molti immigrati
mentissero sulla loro condizione di perseguitati in patria. Ma anche in
seguito alle sensazionali proteste, tra cui quelle di alcuni detenuti di
Nauru che si cucirono le labbra con il filo, la politica di Howard aveva
perso popolarità. La “soluzione pacifica” era stata già abbandonata dal
nuovo premier Rudd all'inizio di quest'anno. Quelle annunciate oggi sono
le misure che completano la riforma dell'immigrazione, e si
applicheranno già ai 380 richiedenti asilo attualmente detenuti.Rimane un centro di detenzione. Le organizzazioni per i diritti umani hanno accolto con favore le novità del governo. Amnesty International ha definito le riforme “un passo avanti” che porta il sistema australiano “in linea con quello delle altre democrazie occidentali”. Un centro di detenzione però rimarrà attivo, quello dell'Isola di Natale, territorio australiano a sud dell'arcipelago indonesiano, che il governo Howard ha reso “esterno” all'Australia per quanto riguarda i migranti in arrivo. Per i tanti profughi in fuga da Iraq, Afghanistan o Sri Lanka, che arrivano in Indonesia via aereo e poi tentano il viaggio della speranza via mare, è spesso il primo pezzo di terra australiano che possono sperare di incrociare. Alessandro Ursic a cura di Peace Reporter |
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Honduras -
03.4.2008
Simbolo di pace Honduras, Nicaragua e El Salvador trasformeranno il golfo di Fonseca in una zona di pace e sviluppo sostenibile |
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Il golfo di Fonseca,
tratto dell'Oceano Pacifico che bagna Honduras, Nicaragua e El Salvador, è
ufficialmente una zona di pace, sicurezza e di sviluppo sostenibile.
I
fatti. La decisione è stata presa dai
presidenti dei tre Paesi che si affacciano sul Golfo. L'iniziativa,
voluta dal presidente salvadoreño Antonio Saca, ha avuto un grande
successo e nei giorni scorsi sono iniziate le operazioni per dare
definitivamente il via al progetto. Ma già dallo scorso mese di ottobre
i tre Paesi stanno lavorando in questa direzione. “Per troppo tempo
questo golfo è stato una zona di conflitto e teatro di incidenti fra
fratelli centroamericani”, ha dichiarato il mandatario del Nicaragua,
Daniel Ortega, che ha aggiunto: “Grazie al lavoro degli ultimi mesi,
entro breve tempo questa zona si trasformerà in una zona di pace,
sicurezza e sviluppo”.
E in occasione
dell'incontro altri argomenti sono stati trattati, come la crisi che ha
colpito Ecuador, Colombia e Venezuela e che ha gettato nel panico il
continente più pacifico al mondo.
Appello.
“Da questo che diventerà il golfo dell'amicizia lancio un appello
affinchè non si verifichi più quello che è successo fra Colombia e
Ecuador” ha detto Ortega, che ha dedicato diverso tempo del suo discorso
alla crisi sudamericana delle scorse settimane e che in parte lo ha
anche visto fra i protagonisti. Non solo. Ortega ha anche proposto di
cambiare definitivamente il nome del golfo di Fonseca in Golfo
dell'Unione e sembra che la proposta possa andare a buon fine non
essendoci impedimenti di nessuna natura. D'accordo con le parole del
presidente Ortega anche il leader Hondureño Zelaya che ha specificato
che tutti e tre i Paesi lavorano attivamente per raggiungere l'obiettivo
di far diventare il golfo un simbolo di pace. “Entro pochi mesi
perfezioneremo il documento che specifica cosa il destino del golfo e
quali saranno gli interventi urgenti” ha dichiarato Zelaya. Sicuramente
a breve il progetto stabilirà le regole per lo sviluppo del turismo, di
un'economia sostenibile e dello sfruttamento delle risorse naturali.
E proprio per
sfruttare in maniera sostenibile le risorse naturali presenti in grandi
quantità all'interno del Golfo di Fonseca il presidente Saca ha chiesto
che i tre governi interessati lavorino in simbiosi.
Tutto questo
potrebbe diventare un buon esempio su come creare zone di pace per
portare avanti progetti di sviluppo sostenibile: un mondo nuovo è
possibile?
Alessandro Grandi
a cura di Peace Reporter |
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India - 05.3.2008 La strage delle innocenti India:il governo cerca di combattere l'aborto selettivo, che uccide duemila bambine al giorno |
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In India, nel 2007, si è registrata una media quotidiana di duemila aborti selettivi, ovvero riguardanti i feti di sesso femminile, e, secondo il giornale medico britannico Lancet, negli ultimi venti anni più di dieci milioni di bambine sono state uccise prima o subito dopo la nascita dai genitori. Soldi
a chi fa figlie. Finalmente il governo indiano
ha deciso di invertire questa tendenza e di sostenere la nascita e la
crescita delle bambine. Il ministro per lo Sviluppo delle Donne e dei
Bambini, Renuka Chowdhary, ha lanciato un programma, denominato
'trasferimento condizionato di contanti per bambine con copertura
assicurativa', che prevede un premio di tremila dollari per le famiglie
povere che decideranno di mettere al mondo figlie femmine. La somma sarà
distribuita nell'arco dei primi 18 anni di vita delle bambine. Il primo
obiettivo del provvedimento è l'eliminazione del fenomeno dell'aborto
selettivo, una realtà che ha portato il rapporto fra popolazione
maschile e femminile dello Stato indiano ad essere sempre più
sbilanciato: nel 2001, ogni mille uomini vi erano solo 927 donne, contro
una media mondiale di 1050, e in alcune regioni, come Punjab, Haryana,
Gujarat, Himachal Pradesh e New Delhi, la cifra è ancora più bassa,
attestandosi al di sotto di 800. Ma non solo, con l'incentivo monetario
il governo cerca anche di "incoraggiare le famiglie a migliorare
l'educazione delle bambine", come ha dichiarato Renuka Chowdhury: "Il
programma costringerà le famiglie a vedere una figlia come un vantaggio
e non come un peso dal momento che, fin dalla nascita, la bambina
porterà un'entrata monetaria". Salvare
100 mila bambine in un anno. Un primo importo
viene donato al momento della nascita, poi, spiega il ministro, "se la
famiglia provvederà a vaccinare adeguatamente la figlia, riceverà altro
denaro". "Quando i genitori iscriveranno la figlia a scuola, e se le
permetteranno di proseguire gli studi, riceveranno un'ulteriore somma",
continua Chowdhury. L'incentivo cesserà quando la ragazza avrà raggiunto
i 18 anni ma, a quel punto, se questa avrà completato la propria
istruzione e non si sarà ancora sposata, la famiglia riceverà un
ulteriore bonus di 2.500 dollari. Secondo Chowdhury, almeno 100 mila
bambine saranno salvate nel primo anno di applicazione del programma. La
legge contro l'aborto selettivo, presente dal 1994, e quella che vieta i
test per determinare il sesso del nascituro, infatti, sono nella pratica
quotidianamente aggirate e, in 12 anni, solo un medico è stato
condannato per aver praticato illegalmente un aborto.
Solo
un primo passo. Il programma solleva però
anche molti dubbi. Gli incentivi sono diretti alle famiglie più povere
mentre, come ha affermato Bajayalaxmi Nanda, attivista indiana per i
diritti delle donne, "la pratica dell'aborto selettivo è particolarmente
diffusa tra coloro che sono al di sopra della soglia di povertà; sono
gli abitanti delle città, la classe media e i ricchi a farlo". La scelta
dell'aborto è dettata non solo da problemi finanziari, ma, più in
generale, dalla cultura indiana che vede nel maschio, il futuro
capofamiglia, la figura dominante della società. "Ci sono molte
pressioni", afferma Nanda, tra cui "una sorta di preferenza culturale,
la dote, l'impossibilità per le femmine di ereditare beni, terre e
proprietà". Secondo molti attivisti, per fermare queste pratiche, ormai
fortemente radicate, il governo dovrà mettere in atto politiche molto
più decise volte a cambiare la mentalità stessa della popolazione. Solo
così le donne indiane potranno fruire appieno del rapido sviluppo del
Paese.
Elisa Parigi a cura di Peace Reporter
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Australia - 30.1.2008
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Il governo australiano ha annunciato che,
per la prima volta, si scuserà formalmente col popolo aborigeno non
appena il parlamento riprenderà le sedute, il 13 febbraio prossimo.
Le
scuse saranno rivolte alla "generazione rubata", ovvero ai circa 100mila
bambini aborigeni che furono sottratti ai loro genitori per essere
educati in famiglie bianche. Una pratica che è durata per più di 50
anni, dal 1915 al 1969, e che mirava all'assimilazione forzata delle
comunità aborigene da parte di quelle bianche. Alcuni leader aborigeni
avevano chiesto un risarcimento monetario per le famiglie vittime di
questa prassi, ma il governo ha sempre rifiutato questa possibilità
promettendo, in compenso, di aumentare i finanziamenti per l'educazione
e la salute nelle comunità aborigene. Il ministro per le Politiche
Indigene Jenny Macklin ha affermato che le scuse sono "il primo
necessario passo per superare il passato" e ha aggiunto che "una volta
stabilito questo rispetto il governo potrà lavorare con le comunità
indigene per migliorare i servizi". La mossa, annunciata dal primo
ministro Kevin Rudd dopo aver vinto le ultime elezioni, ha un forte
valore simbolico e manifesta una definitiva rottura con le precedenti
amministrazioni. La Macklin ha affermato che il testo delle scuse è
stato concordato dopo aver consultato i leader aborigeni: sarà fatto "a
nome del governo e non attribuirà nessuna colpa alle generazioni
presenti del popolo australiano". |
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Bhutan - 03.1.2008
Bhutan al voto per la prima volta
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Il vento del cambiamento soffia sulle vette dell’Himalaya.
Dopo l’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica in
Nepal la settimana scorsa, anche il Bhutan sta facendo un passo storico
ponendo fine a un secolo di monarchia assoluta.
Un
parlamento di giovanissimi. Nei giorni
scorsi si sono tenute le prime elezioni nella storia di questo piccolo
Paese per eleggere la camera alta. Difficile chiamarla Senato, visto che
l’età media degli eletti è attorno ai trent’anni, con diversi
neolaureati di 25 anni. Effetto della legge elettorale, che impone
l’obbligo della laurea ai candidati: in Bhutan solo le ultime
generazioni hanno iniziato ad andare all’università. D’altronde, lo
stesso re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck ha solo 27 anni. A votare,
muniti di tessere elettorali, sono andati in 300mila, praticamente tutti
gli aventi diritto (il Bhutan ha circa 650mila abitanti). Non c’è stata
campagna elettorale, né comizi
né spot televisivi, anche perché in questo Paese la televisione,
arrivata solo nel 1999, è poco diffusa e utilizzata. Ognuno poteva
andare in Comune e prendere il curriculum dei candidati. Sulla
regolarità del voto – in vista del quale la popolazione si era
esercitata in due simulazioni elettorali tenutesi l’anno scorso –
c’erano
osservatori
internazionali di India, Stati Uniti, Australia e Nazioni Unite.
Una rivoluzione dell’alto.
A febbraio e marzo verrà eletta anche la camera bassa, completando così
la svolta democratica voluta dall’ex re Jigme Singhye Wangchuck, che due
anni fa abdicò in favore del giovane figlio e scrisse una Costituzione
che entrerà in vigore quest’anno, secondo la quale il re rimarrà capo
dello Stato ma tutti i poteri saranno del parlamento, che potrà anche
mettere sotto accusa il re con un voto a maggioranza di due terzi.
La popolazione del Bhutan, molto attaccata alle proprie
tradizioni e gelosa della propria tranquillità (perfino l’ingresso dei
turisti è limitato a seimila all’anno) ha accolto
questa ‘rivoluzione dall’alto’ con un certo scetticismo, temendo che
l’introduzione della democrazia possa destabilizzare il Paese ponendo
fine all’armonia sociale che ha sempre contraddistinto questo piccolo
regno himalayano.
Enrico Piovesana
a cura di
Peace Reporter
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“Arcigay Italia
saluta questa graditissima novità a beneficio delle unioni civili, come d'altronde si
cerca di promuovere da tempo in altri paesi latinoamericani come Cile o Cuba
– ha detto a PeaceReporter il presidente dell'associazione Aurelio
Mancuso – E' la dimostrazione che nel mondo ci si sta aprendo a questi temi
grazie a decenni di lavoro degli attivisti. Dobbiamo purtroppo registrare
una netta vittoria dell'Uruguay sull'Italia; quello latinoamericano è un
paese fortemente cattolico, ma questo non ha impedito ai legislatori di
continuare nel solco di nazioni che stanno aprendo ai diritti di tutti i
cittadini senza discriminazioni di sesso. Penso anche al Sudafrica, che
garantisce i diritti dei gay espressamente nella Costituzione. La cosa
triste da notare è che l'Italia rimane fanalino di cosa nella classifica del
riconoscimento della parità dei diritti per tutti”. a cura di Peace Reporter |
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Stella Spinelli
a cura di
Peace Reporter |
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Afghanistan - 13.12.2007
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“Siamo stanche della morte”. Ieri, migliaia di donne si sono riunite contemporaneamente in sei diverse province afgane per pregare per la pace. L’iniziativa, denominata ‘Preghiera nazionale delle donne per la pace’, è stata coordinata da un gruppo di donne di Kandahar. “E’ la prima volta nella storia dell’Afghanistan che le donne si organizzano a livello nazionale per chiedere la pace”, dice Rangina Hamidi, una delle organizzatrici. Siamo stanche della morte e vogliamo urlarlo forte. Per farlo abbiamo scelto la religione: trattandosi di una cosa religiosa i nostri mariti non si sono opposti a questa iniziativa di preghiera”. Il debutto delle donne per
la pace era avvenuto circa un anno fa, con una giornata di preghiera che
però interessava solo le province di Kandahar e Helmand. “Con
l’estendersi delle violenze in tutto il Paese, anche le donne di altre
province hanno sentito la necessità di unire le loro voci alle nostre
per chiedere la pace”, ha spiegato Hamidi. “La preghiera di ieri è stata
solo l’inizio di un vero movimento nazionale: il nostro obiettivo è di
estenderlo a tutte le trentaquattro province afgane”.
E.P.
a cura di Peace Reporter |
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