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I mass media in genere, sono sempre pieni di notizie di sangue, conflitti, morti, disastri atmosferici, guerre ecc.: le buone notizie a volte ci sono, ma anziché essere messe in rilievo, a malapena si possono trovare a fatica in fondo alle pagine, in trafiletti invisibili o relegate in qualche notiziario delle ore notturne.

Ho deciso di segnalarne alcune per darci una botta di ottimismo, aiutandoci a credere e a lottare per un Mondo migliore.
 
 

Queste sono le migliori notizie dell’anno 2016, una per mese:


4 dicembre
: il Genio militare degli Stati Uniti d’America annuncia il blocco della costruzione dell'oleodotto del Nord Dakota, il cui tracciato sarebbe passato sotto il fiume Missouri e nei pressi della riserva sioux di Standing Rock. Amnesty International aveva sostenuto le proteste delle comunità native, non coinvolte nella fase di progettazione, legate ai rischi per l'acqua e l'ambiente.

Le proteste di Standing Rock @Amnesty International USA.


17 novembre
: viene scarcerato Rosmit Mantilla, parlamentare del partito "Volontà popolare" e attivista per i diritti delle persone Lgbti in Venezuela. Era stato arrestato il 2 maggio 2014, quando il suo partito era all'opposizione, con l'accusa di aver ricevuto fondi per finanziare le proteste antigovernative che avevano avuto luogo nella prima parte di quell'anno: accusa basata unicamente su una testimonianza anonima.

Rosmit Mantilla, attivista LGBTI in Venezuela @AIVEN


17 ottobre
: per la prima volta un tribunale della Corea del Sud assolve due obiettori di coscienza al servizio militare che in primo grado erano stati condannati a 18 mesi di carcere. Lo stesso giorno è respinto anche il ricorso della pubblica accusa contro l’assoluzione, in primo grado, di un terzo obiettore di coscienza.

Un obiettore di coscienza della Corea del sud.


27 settembre
: in Italia il Consiglio di stato dichiara Ungheria e Bulgaria paesi non sicuri versi i quali rinviare persone richiedenti protezione internazionale. In entrambe le sentenze sono menzionate le preoccupazioni e le denunce di Amnesty International riguardo al trattamento riservato ai richiedenti asilo in quei due paesi.

Un'immagine dall'azione S.O.S. Camp di Amnesty International in Bulgaria @Giorgos Moutafis.


26 agosto
: nella Repubblica Democratica del Congo vengono rilasciati Fred Bauma, Yves Makwambala, Christopher Ngoyi e Jean Marie Kalonji, quattro attivisti per la democrazia che rischiavano lunghe condanne e persino la pena di morte per accuse inventate di "complotto contro il capo dello stato". Amnesty International aveva raccolto oltre 170.000 adesioni all'appello per il loro rilascio.


Fred Bauma e Yves Makwambala

14 luglio
: la Corte suprema di El Salvador annulla per incostituzionalità la legge di amnistia del 1993. Nei successivi 23 anni, la legge ha impedito di fare luce sui crimini commessi durante il conflitto interno tra il 1980 e il 1992, quando oltre 75.000 persone furono torturate, uccise e fatte sparire.

I sopravvissuti e i parenti delle vittime del massacro di El Calabozo.


7 giugno
: dopo quasi quattro anni di prigionia, un tribunale dello stato di Sinaloa, in Messico, dispone la scarcerazione di Yecenia Armenta Graciano. La donna, madre di due figli, era stata arbitrariamente arrestata dalla polizia investigativa dello stato di Sinaloa il 10 luglio 2012, picchiata, quasi asfissiata e violentata nel corso di 15 ore di torture fino a quando era stata costretta a "confessare" il coinvolgimento nell'omicidio del marito.

Yecenia Armenta Graciano nella prigione Culiacán, nello stato Sinaloa del Messico @BRITO



3 maggio
: Atena Farghadani, giovane vignettista e promotrice di campagne per la scarcerazione dei prigionieri politici in Iran, è rilasciata dopo che in appello la sua condanna a 12 anni e nove mesi di carcere, inflittagli il 1° giugno 2015, viene ridotta a un anno e mezzo, buona parte dei quali già scontati. Atena Farghadani era stata giudicata colpevole di “collusione per compiere crimini contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro il sistema”, “offesa alla Guida suprema” e “offesa a membri del parlamento”.

L'artista iraniana e prigioniera



9 aprile
: l'attivista studentesca di Myanmar Phyoe Phyoe Aung viene rilasciata insieme a un'altra decina di studenti in carcere. Era stata arrestata nel marzo 2015 durante una manifestazione pacifica indetta dagli studenti per protestare contro una riforma universitaria. Per i reati dei quali era imputata, rischiava fino a nove anni di carcere. Amnesty International aveva inserito il suo caso tra quelli della maratona Write for rigths 2015.

La prigioniera di coscienza Phyoe Phyoe Aung il giorno del rilascio @YE AUNG


15 marzo
: dopo oltre quattro anni di carcere e di appelli, esce dal carcere il poeta del Qatar Mohamed al-'Ajami, noto
 come il "poeta dei gelsomini”. Nel novembre 1012 era stato condannato all'ergastolo per “incitamento pubblico al
rovesciamento del sistema”, “sfida pubblica all’autorità dell’Emiro” e “diffamazione pubblica del principe della Corona”.
Nel febbraio 2013 la condanna era stata commutata in 15 anni di carcere.

La zona industriale di Doha, Qatar.



26 febbraio
: due ex militari dell’esercito del Guatemala sono condannati complessivamente a 360 anni di carcere per aver ridotto
 in schiavitù sessuale e aver torturato, nel 1982 e 1983, 15 donne all'interno del distaccamento militare di Sepur Zanco.

Guatemala, JOHAN ORDONEZ/AFP/Getty Images


21 gennaio
2016: l'Alta corte dello Zimbabwe dichiara illegali i matrimoni di ragazze di età inferiore ai 18 anni, abrogando una norma che finora aveva consentito a bambine anche di 12 anni di sposarsi col consenso dei genitori.

La casa di una giovane donna a Kaya @Sophie Garcia/Corbis per Amnesty International

23/11/2010
Myanmar, Aung San Suu Kyi riabbraccia il figlio dopo dieci anni
Lo ha atteso all'aeroporto di Yangon

Kim Aris
riabbraccia finalmente la madre Aung San Suu Kyi dopo dieci anni. L'incontro è avvenuto all'aeroporto di Yangon, dove il figlio è atterrato in arrivo da Bangkok.

Il trentatreenne, figlio minore della leader democratica della Birmania, attendeva in Thailandia il visto per poter entrare nel Paese, dopo esserselo visto negare per anni. La leader democratica si trovava agli arresti domiciliari da quando aveva vinto le elezioni nel 1990, senza poter usare telefono e internet e con limitati contatti con l'esterno. Kim Aris risiedeva in Inghilterra.

 

02/11/2010
Tanzania, un albino entra a far parte del parlamento
In Tanzania gli albini sono da sempre emarginati

La Tanzania elegge il suo primo parlamentare albino. Si chiama Salum Khalfani Bar'wani. Prima di lui un altro albino aveva ricoperto pari carica, una donna: Al-Shymaa Kway-Geer. Ma era stata scelta dal presidente, che ha il potere di indicare fino a 10 persone fra i non eletti. La sua nomina aveva pertanto un carattere simbolico. Bar'wani si dice contento perché la sua elezione è frutto della scelta della gente, mostrando così quanti passi avanti si siano fatti circa i pregiudizi nei confronti degli albini. Da sempre vittima di emarginazione, vengono ritenuti portatori di particolari poteri magici, tanto da essere venduti agli stregoni ed usati nei riti.
22/10/2010
Cipro, Onu: rimosse 25mila mine antiuomo e anticarro
Erano state collocate nel 1974, ai tempi dell'intervento militare turco sull'isola dopo un fallito golpe di nazionalisti greco-ciprioti

A Cipro, negli ultimi sei anni, gli sminatori delle Nazioni Unite hanno individuato, rimosso e
distrutto 25mila ordigni tra mine antiuomo e anticarro collocate nel 1974, ai tempi dell'intervento militare turco sull'isola dopo un fallito golpe di nazionalisti greco-ciprioti. Lo ha annunciato Lisa Buttenheim, speciale rappresentante del segretario generale dell'Onu a Cipro, affermando che "aver raggiunto questa pietra miliare rappresenta un altro importante passo avanti nella nostra attività al servizio delle due comunità dell'isola". Gli esperti del Centro Onu antimine di Cipro (Unmacc) - un progetto realizzato dall'organizzazione Partnership per il Futuro che fa parte del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) - operano dal 2004 all'interno della zona cuscinetto lunga 180 chilometri che taglia l'isola in due. All'interno di questa striscia di terra, gli sminatori hanno trovato e rimosso 17.000 mine antiuomo e 8.000 mine anticarro. Si ritiene comunque che, su una superficie di circa due milioni di metri quadrati dell'isola ancora non bonificati, possano trovarsi almeno altri 15.000 ordigni inesplosi che l'Unmacc conta di rimuovere del tutto entro l'anno prossimo.
08/01/2010
Portogallo, passa in prima lettura legge sui matrimoni tra omosessuali
Il premier socialista Soares mantiene la promessa elettorale, bocciati gli emendamenti sulle adozioni gay
L'iter della legge è ancora lungo, ma l'approvazione in prima istanza da parte del Parlamento di Lisbona dei matrimoni tra persone dello stesso sesso è un passo storico per il Portogallo, Paese di forte tradizione cattolica.

Il disegno di legge che legalizza il matrimonio fra omosessuali è stato presentato dall'esecutivo socialista guidato dal premier Josè Socrates, che ha difeso in prima persona la norma davanti all'Assemblea. Respinti, invece, gli emendamenti proposti dall'estrema sinistra e dai Verdi in favore delle adozioni da parte di coppie gay. Il disegno di legge sui matrimoni omosessuali è stato approvato con i voti di quasi tutti i deputati della maggioranza di sinistra nonostante i 'no' di quelli della destra. Adesso il testo, per la sua definitiva approvazione, deve essere sottoposto ancora al passaggio in commissione parlamentare, al voto definitivo del Parlamento e alla promulgazione da parte del capo dello Stato, il cattolico ed esponente di destra Anibal Cavaco Silva. Nel suo intervento, Socrates ha spiegato di voler ''porre rimedio a decenni d'ingiustizie perpetrate ai danni degli omosessuali in Portogallo dove, fino al 1982, vigeva la situazione assurda e ributtante di considerare l'omosessualità un reato perseguito per legge''. La legalizzazione del matrimonio omosessuale è inserita nel programma elettorale del partito socialista, vincitore delle legislative del settembre scorso. Circa le misure respinte sulle adozioni gay, il premier ha sottolineato che si tratta di una ''questione differente rispetto al matrimonio. L'adozione non è un diritto della coppia, è un diritto del bambino''.

 


08/10/2009
Il salvataggio non è un reato
Il premier socialista Soares mantiene la promessa elettorale, bocciati gli emendamenti sulle adozioni gay
AGRIGENTO – Salvare vite umane non costituisce reato. Molti lo riterranno scontato, eppure è la notizia dell'anno. Anzi degli ultimi cinque anni. Tanto infatti è passato dal 12 luglio 2004, quando l'equipaggio della nave Cap Anamur della omonima ong tedesca, venne arrestato con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina dopo aver salvato la vita a 37 naufraghi soccorsi nel Canale di Sicilia. Dopo un estenuante processo durato 5 anni e oltre 30 udienze in cui sono stati sentiti più di 40 testimoni, il Tribunale di Agrigento oggi ha assolto con formula piena gli imputati: Elias Bierdel e Stefan Schmidt, rispettivamente presidente dell'associazione Cap Anamur e comandante dell’omonima nave, perché "il fatto non costituisce reato". Il primo ufficiale Vlasimir Dachkevitce, è stato invece assolto per non avere commesso il fatto. Una sentenza per niente scontata, che smonta l'impianto accusatorio dei pubblici ministeri Santo Fornasier e Gemma Milani, che avevano sostenuto che non si fosse trattato di un salvataggio, quanto piuttosto di “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film documentario e trarne vantaggi di notorietà”. Per questo l'accusa aveva chiesto la condanna degli imputati a 4 anni di carcere e 400.000 euro di multa.

Finisce così il calvario degli imputati, finiti sotto giudizio per aver rispettato il diritto marittimo, che obbliga al salvataggio e all'accompagnamento dei naufraghi nel porto sicuro più vicino. Una norma che però stride con il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, di cui si rende autore chiunque accompagni sul territorio italiano cittadini stranieri privi di un regolare visto d'ingresso. E infatti il caso Cap Anamur non è l'unico. In molti ricorderanno le vicende del cargo Pinar, che ad aprile rimase bloccato per giorni in mare con dei naufraghi a bordo, in attesa che l'Italia ne autorizzasse lo sbarco. Quanti invece ricordano il caso dei sette pescatori tunisini di Teboulbah? L'8 agosto 2007 salvarono 44 naufraghi e li sbarcarono a Lampedusa, dove vennero arrestati in flagranza di reato, con l'accusa – di nuovo – di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per loro la sentenza è fissata al 17 novembre 2009.

Gli avvocati di Bierdel e Schmidt si sono detti soddisfatti. “Oggi viene ristabilito un principio di diritto internazionale tra i più antichi al mondo: quello del salvataggio in mare, già codificato ai tempi dei Fenici”. Così l’avvocato Liana Nesta commenta l’assoluzione dell’equipaggio della Cap Anamur dopo un processo durato 5 anni, e che ha visto l’audizione di oltre 40 testimoni in 30 udienze. “Salvare vite umane – continua l’avvocato – è sempre un dovere e mai un reato”. E l’avvocato Vittorio Porzio aggiunge: “Con questa sentenza viene ristabilito anche un altro principio di diritto internazionale: e cioè che il salvataggio non si esaurisce prendendo a bordo i naufraghi ma portandoli in un porto sicuro, e a decidere quale sia questo porto spetta unicamente al comandante della nave, come previsto dalle convenzioni internazionali”. Gli avvocati della difesa attendono adeso la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per valutare eventuali azioni di richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta detenzione di 4 giorni dei loro assistiti successivamente allo sbarco nel 2004 e per il danno di immagine subito.

Ma dove sono finiti oggi i 37 naufraghi soccorsi? 35 di loro furono rimpatriati nei mesi successivi al salvataggio: 17 in Ghana e 18 in Nigeria. E soltanto 2 di loro rimasero in Italia. Tra i 35 rimpatriati ben 24 avevano ottenuto il riconoscimento dello status umanitario dalla commissione di Caltanissetta. Non solo. Come ha ricordato Elias Bierdel in conferenza stampa, subito dopo il salvataggio oltre 37 città italiane si offrirono per accogliere i naufraghi, ma la loro disponibilità non venne raccolta dal governo italiano. “Attenzione però a non censurare soltanto il comportamento del governo italiano – aggiunge l’avvocato Porzio –. Lo stesso deprecabile comportamento fu tenuto allora dal governo tedesco, il quale rifiutò di concordare il diritto di transito dei naufraghi verso la Germania per poter esaminare là le loro richieste di asilo”.

                                                                 Gabriele del Grande


a cura di Peace Reporter

 


16/11/2009
Correa tende la mano al mestiere più vecchio del mondo
Non vogliamo nessun trattamento speciale, ma solo che le cose siano per legge e per diritto come per gli altri cittadini

Esiste un paese in cui i politici incontrano le prostitute di giorno e con i pantaloni ben allacciati. E' l'Ecuador di Rafael Correa.
Il 13 settembre scorso il presidente dell'Ecuador e vari ministri del suo governo hanno pranzato con una dozzina di lavoratrici del sesso per conoscere la problematica della categoria. Dopo quell'incontro, la situazione per le donne che operano nel settore dell'offerta sessuale sta rapidamente cambiando. Il ministero della Giustizia e il ministero della Salute stanno lavorando congiuntamente con i rappresentanti della Redtrabsex, (Red de trabajadoras sexuales), rispettivamente per evitare discriminazioni per chi esercita il mestiere più vecchio del mondo e per elaborare un piano di prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale. In seguito alla riunione, avvenuta il 22 ottobre scorso tra la delegazione delle lavoratrici e il presidente dell'assemblea parlamentare, Fernando Cordero, è allo studio la modifica dell'articolo del codice penale ecuadoriano che sanziona con multe da sette a quattordici dollari e con la prigione da due a quattro giorni chi "staziona per molto tempo e senza motivo plausibile all'angolo della strada o in altro luogo non destinato al tempo libero degli abitanti". Articolo con il quale in numerosi casi la polizia minaccia e trattiene le lavoratrici sessuali.

E a fianco di una richiesta di maggior rispetto per le donne che esercitano questo lavoro, Redtrabsex sta incentivando progetti di formazione per microimprese al fine di offrire delle opportunità alle donne non più convinte di questo lavoro. E' comune che chi si prostituisce per vivere, lo faccia dovendo mantenere figli e parenti, senza alternative di sussistenza. L'obiettivo finale della Redtrabsex è di eliminare la discriminazione sociale e la repressione della polizia nonché permettere alle lavoratrici del sesso di accedere ai programmi di sicurezza sociale riservati ai lavoratori. E anche dar loro una scelta.
La coordinatrice nazionale della rete delle lavoratrici sessuali, Elizabeth Molina, è un fiume in piena di entusiastico vigore. Questo ha raccontato a PeaceReporter, che l'ha raggiunta telefonicamente.

L'incontro con il presidente Rafael Correa?
La delegazione ricevuta dal presidente rappresenta 17 organizzazioni locali distribuite in 14 province e riunisce più di 18.000 donne che esercitano lavoro sessuale. L'incontro con Rafael Correa è un momento storico in quanto nessun presidente aveva mai incontrato una nostra rappresentante e tantomeno aveva mai preso in considerazione le proposte provenienti dal basso. Non vogliamo nessun trattamento speciale, ma solo che le cose siano per legge e per diritto come per gli altri cittadini. Vogliamo poter essere attori del cambiamento della nostra condizione sociale. Vogliamo che il lavoro sessuale sia riconosciuto come ogni altra occupazione al fine di poter beneficiar di tutti i diritti dei lavoratori e poter accedere all'assicurazione sociale e sanitaria.

L'associazione opera solo nelle grandi città o anche nelle zone meno abitate?
La forza della rete è di avere organizzazioni locali in tutto il paese. In questo momento siamo coinvolti in vari tavoli di discussione, dal ministero dell'Inclusione sociale ed economica, rappresentato dal sottosegretario nazionale Lourdes Portaluppi, sino alle municipalità delle grandi città e delle piccole provincie.


Dopo questa apertura del governo nazionale restano problemi con le municipalità locali?
Il problema maggiore si verifica quando le autorità locali revocano le autorizzazioni a quei bar o discoteche in cui queste donne lavorano, costringendole a battere i marciapiedi. A Quito, il sindaco Paco Moncayo ha fatto chiudere tutti i locali lungo la via 24 de mayo e ora le donne sono costrette a esercitare per strada. Un episodio che dimostra l'insensibilità delle autorità locali e che sottopongono le lavoratrici alle vessazioni della polizia...


Vessazioni da parte della polizia?

La polizia nazionale, che dovrebbe difendere i cittadini, calpesta i nostri diritti, ci violentano, ci taglieggiano, ci minacciano. O si paga o ci mettono dentro, per quattro, otto giorni, e senza poter avvertire la famiglia, i figli. Che dipendono da noi in tutto e per tutto. Non è una critica all'istituzione la mia, ma ai singoli che agiscono così. Per questo motivo, abbiamo chiesto l'abrogazione dell'articolo del codice penale che permette la detenzione e tale argomento sarà messo in discussione a fine mese dal parlamento nazionale. Quando abbiamo raccontato i problemi con la polizia al Presidente, lui si è dimostrato molto dispiaciuto che funzionari dello stato si comportino in questo modo. Si è parlato anche di corsi di formazione ai membri delle forze dell'ordine affinché proteggano le lavoratrici sessuali come gli altri cittadini.

E i rapporti con la delinquenza?
La Red de trabajadoras sexuales protegge i diritti delle donne adulte e consenzienti ed è contraria allo sfruttamento della prostituzione minorile e alla tratta illegale delle donne.
                                                           
Alessandro Ingaria
 
a cura di
Peace Reporter


28/04/2009
Cuba, Washington e L'Havana oggi sono più vicini
Da lunedì le parti hanno iniziato a dialogare. Per la fine del bloqueo ci vorrà ancora molto tempo
 
Quello che in molti aspettavano, forse, oggi, potrebbe iniziare a trasformarsi in realtà.

Sembra, infatti, che da ieri si siano aperti una serie di colloqui fra l'amministrazione degli Stati Uniti e quella di Cuba. La notizia sarebbe stata confermata dal Dipartimento di Stato Usa.
E' stato (e sarà anche in futuro) il vicesegretario di Stato Usa per l'emisfero occidentale, Tom Shannon, a incontrare a Washington il capo della sezione commerciale della sede diplomatica cubana (che opera attraverso gli uffici di rappresentanza svizzera). E non sarebbe la prima volta che i due si incontrano. Sembra che una prima consultazione si fosse tenuta il 13 aprile scorso.
Dunque, le misure distensive annunciate qualche giorno fa dai funzionari del Dipartimento di Stato Usa, che interessavano soprattutto i viaggi verso l'isola dei cittadini cubano americani e le rimesse che questi inviano all'Havana, sembrano essere una realtà.

"Siamo disponibili a discutere però è necessario che anche l'altra parte sia disposta a farlo" ha fatto sapere il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Robert Wood. "Vorremmo vedere che si concedessero al popolo cubano alcune libertà che sono ad appannaggio di tutti i popoli dell'emisfero" ha aggiunto Wood. Non è un caso, però, che le relazioni fra Usa e Cuba negli ultimi mesi abbiano avuto un'accelerazione. E' uno dei punti del governo di Obama: dialogare con quelli che sono considerati nemici dello Zio Sam. E così come aveva promesso di chiudere il carcere di Guantanamo (fatto avvenuto poche ore dopo il suo insediamento alla Casa Bianca), Obama ha aperto le porte del dialogo con Iran e Siria. E anche, chiaramente, con Cuba. Oltretutto, durante la riunione dell'Oea (Organizzazione degli Stati Americani) tenuta a Trinidad e Tobago, Obama ha stretto la mano al presidente venezuelano, Hugo Chavez, da sempre critico con gli Usa e l'amministrazione di Bush, dispensando sorrisi a tutta le delegazione di Caracas.

Ma in questi giorni il dialogo è davvero importante e delicato. I rapporti tesi fra le parti che vanno avanti da decenni e il bloqueo imposto a Cuba che ne ha determinato lo sfascio dell'economia potrebbe diventare ben presto un antico ricordo. Dall'Havana hanno dato disponibilità a dialogare. Già un paio di settimane fa il presidente Usa aveva annunciato l'alleggerimento di alcune restrizioni che riguardavano Cuba . Una su tutte la possibilità che le imprese Usa potessero lavorare con il settore delle telecomunicazioni cubano. Una misura che a detta di molti potrebbe far ripartire con una certa importanza l'economia dell'isola. Ma questo non è servito per far dire una volta per tutte a Obama che il bloqueo contro l'isola di Castro è giunto al termine. Anzi, tutt'altro. Dopo 47 anni di blocco economico la fine dello stesso sembra essere ancora lontana. Nonostante dalla Cumbre dell'Oea sia giunta da più parti la richiesta di porre fine alla brutale restrizione a cui Cuba è sottoposta da decenni. Cosa che significherebbe una lenta ma inesorabile ripresa per l'economia cubana. Insomma, come dicono dal Senato Usa cambiare la politica statunitense nei confronti di Cuba non sarà "semplice" e gli anni di gelo fra le parti, come ricordato da Obama, "non potranno essere risolti dall'oggi al domani".

                                                                                                                                  Alessandro Grandi
a cura di
Peace Reporter


17/04/2009
La nostra Africa

Otto paesi africani, insieme ad Emergency, porteranno al G8 un nuovo modello di crescita e di relazioni internazionali: puntare in alto non solo si può, ma si deve. Intervista a Gino Strada
 

Un nuovo modello di sanità, di relazioni internazionali, di sostegno ai paesi africani. A San Servolo, Venezia, si discute di come sia più utile portare assistenza sanitaria in Africa. Ma si discute anche di pace, tra ministri di Paesi che sono - ancora oggi - in guerra tra loro.
Otto Paesi che presto proporrando agli otto grandi del mondo una nuova via per crescere. Insieme.

Gino StradaCome siete riusciti a mettere attorno a un tavolo i rappresentanti di governi storicamente in guerra fra loro?

Non solo storicamente sono ancora in guerra fra loro. Ma a dire la verita' non e' stato cosi' difficile: abbiamo chiesto loro di venire a parlare di medicina, di un progetto comune per l'Africa. La precondizione, naturalmente, e' che chi chiede goda di una certa credibilita'. E noi ce la siamo costruita. In alcuni di questi paesi lavoriamo da anni, come la Sierra Leone e il Sudan. Altri conoscono il nostro lavoro. In altri ancora abbiamo lavorato anni fa, come il Ruanda: il delegato ruandese oggi ha iniziato il suo intervento ricordando che Emergency e stata una delle prime organizzazioni ad intervenire dopo il genocidio.

Quindi hanno accettato subito l'invito.
Si'. E agli incontri non c'e stato nessun tipo di animosita' o polemica. Sono qui per un progetto di sanita', per ragionare insieme su qualcosa che riguarda il loro continente. La medicina, che sta a meta' tra arte e scienza, ha la capacita di agire come una livella. Davanti alla malattia, siamo tutti esseri umani. Siamo tutti pazienti. Le avversioni politiche perdono senso. D'altronde, niente di nuovo per Emergency: da quindici anni ricoveriamo nelle stesse corsie i pazienti piu disparati.compresi quelli che fino al giorno prima si sparavano addosso a vicenda. La cosa molto bella e' che oggi i rappresentanti di tutti questi paesi sono stati chiamati ad indicare le loro priorita' nazionali in materia sanitaria, ma nell'ottica di creare qualcosa che possa servire anche ai loro vicini. Ed e' esattamente quello che hanno fatto.

il Salam Centre, centro di cardiochirurgia di Emergency in SudanAnche il modello sanitario proposto e' nuovo.
Inutile negarlo, c'e' insoddisfazione, fra le autorita' sanitarie di questi paesi, rispetto al lavoro di molte organizzazioni. Perche' evidentemente e' un approccio che non produce grandi risultati. Puo' rispondere alle emergenze, ma non costruisce automaticamente un buon sistema sanitario. Sarebbe bello pensare che un feeding centre, o un dispensario, di cui pure c'e' gran bisogno, produca da se', negli anni, un centro pediatrico di eccellenza. Non e' cosi', non e' mai successo. Proviamo l'approccio opposto, proviamo a pensare a una strategia dall'alto verso il basso. E' piu' facile che un centro pediatrico di eccellenza possa produrre una rete di feeding centres, che non il contrario.

Come e' successo per il Centro di cardiochirurgia che avete costruito a Khartoum.
Esatto. Il Centro Salam ha mostrato che l'eccellenza produce eccellenza. Genera risorse, garantisce l'alta formazione del personale locale, attrae cervelli, e anche donatori.

Insomma, oggi a San Servolo abbiamo visto all'opera una diplomazia sanitaria.
Un esempio leggero. Oggi il delegato ugandese ha ilustrato la situazione sanitaria del paese. Fra le altre cose, "stavamo proprio per essere dichiarati "Paese libero da poliomielite", e invece e' stato diagnosticato un nuovo caso. Veniva dal Sudan", ha detto scoppiando a ridere. E Ahmed Bilal Osman, consigliere presidenziale del Sudan, ha risposto ridendo "si', ma forse prima era stato in Rwanda". E il delegato ruandese pure si e' messo ridere. Ecco, oggi in sala nonsono volati coltelli: sono volate idee, e anche qualche risata.

Qual e' il prossimo passo?
I paesi coinvolti presenteranno questo progetto alla comunita' internazionale. Prima a Ginevra, alla conferenza dell'Organizzazione Mondiale della Sanita'. E poi al G8. Questo progetto e' nato su una'isola, a San Servolo. E su un'altra isola, alla Maddalena, potrebbe trovare i soldi per partire.
                                                                      
                                                                                                                                        L.G

a cura di Peace Reporter


17/12/2008
 
Africa in prima fila nel processo lanciato dalla risoluzione Onu del 2007
 
Togo e Burundi hanno deciso di abolire la pena di morte, confermando il ruolo centrale dei Paesi del continente africano nell'approvazione, da parte dell'Assemblea delle Nazioni Unite, della moratoria contro le esecuzioni capitali.

Assemblea OnuIncompatibile con la giustizia del Paese. La pena di morte in Togo non viene applicata da almeno 30 anni. Lo scorso 11 dicembre è stata diffusa una nota del governo al termine del Consiglio dei ministri, che ha approvato la cancellazione della pena capitale dall'ordinamento giudiziario nazionale "L'abolizione della pena di morte, considerata come una pena umiliante e degradante e crudele dalla comunità delle Nazioni rispettose dei diritti umani, si è imposta alla coscienza collettiva dei togolesi dopo trent'anni di moratoria" si legge nella nota diffusa dal Consiglio dei ministri di Lomé, nella quale la punizione viene giudicata "irrimediabile" e "incompatibile" con la scelta del Paese di dotarsi di "una giustizia che limiti gli errori giudiziari, corregga, educhi e garantisca i diritti inerenti la persona".

Il presidente del Burundi, NkurunzizaIl contributo della Comunità di Sant'Egidio. Più significativa, dal punto di vista politico e simbolico, l'abolizione della pena capitale da parte del Parlamento di Bujumbura, che ha approvato a fine novembre il nuovo codice penale. La novità più importante della riforma è sicuramente l'abolizione della pena di morte nel Paese e la sua trasformazione in ergastolo. "Tutti i prigionieri attualmente in carcere e condannati a morte avranno commutata la pena in ergastolo." Lo ha reso noto un comunicato della Comunità di Sant'Egidio, considerando questo fatto un segno positivo e di speranza per tutta la regione dei Grandi Laghi, proprio ora che è scossa da un nuovo conflitto nella Repubblica democratica del Congo. L'abolizione è avvenuta anche a seguito della partecipazione del ministro della Giustizia burundese agli Incontri contro la pena di morte organizzati dalla stessa Comunità di Sant' Egidio con i ministri della Giustizia africani in questi anni, di cui l'ultimo il 29 settembre 2008 a Roma.
Recepite le disposizioni del diritto internazionale anche contro la tortura e lo stupro. Ma vi sono anche altri elementi significativi che rendono questo voto storico e che vale la pena di sottolineare. Il nuovo codice, infatti, come ha spiegato il ministro della Giustizia Didace Kiganahe, accoglie le disposizioni del diritto internazionale in materia di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, e di reati che fino ad oggi non erano neppure contemplati come la tortura. Tra le altre novità la protezione giuridica accordata a donne e bambini contro ogni tipo di atti di violenza, specialmente domestica: in particolare il reato di stupro -non specificatamente menzionato nel vecchio codice- viene punito con una pena carceraria che va dai 20 anni di reclusione all'ergastolo.

Abolizione globale. Un altro importante passo verso l'abolizione della pena di morte nel mondo. Amnesty International sottolinea come l'evoluzione positiva verso l'abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre 30 anni si sia confermata anche nell'ultimo anno. Secondo Amnesty, dal 1976 ad oggi una media di tre nuovi Paesi ogni anno ha aggiunto il proprio nome alla lista dei paesi che hanno abolito la pena di morte. La maggioranza delle nazioni ha posto termine alla pena capitale nella legislazione o nella prassi. Ancora nel 1977 erano solo 16 i paesi che avevano abolito la pena di morte per tutti i reati, mentre oggi sono 135 i paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica, cioè oltre i due terzi degli stati del mondo. I paesi che mantengono in vigore la pena capitale sono 62 e il numero di quelli in cui le condanne a morte sono eseguite è ancora più basso, appena 24. L'anno scorso, l'88 percento delle esecuzioni e' stato registrato in soli cinque paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti. Come negli anni passati, dunque, la maggior parte delle condanne a morte è stata eseguita in una manciata di paesi, sempre più isolati e ormai non più in sintonia con la tendenza mondiale. Secondo i dati di Amnesty International, il numero delle esecuzioni nel mondo e' sceso negli ultimi due anni da 2148 a 1252. E il fatto che la risoluzione dell'ONU dello scorso dicembre per porre fine all'uso della pena di morte sia stata adottata con una così chiara maggioranza (104 voti a favore, 54 contrari e 29 astensioni) mostra che l'abolizione globale della pena di morte è possibile.

                                                                                                                                                                                                                                Michele Dotti

a cura di Peace Reporter


27/10/2008
 
L'Africa contro le bombe a grappolo
"Tutti i paesi africani, senza alcuna eccezione, firmeranno il trattato sul bando delle cluster bomb – o bombeUn grappolo di cluster bomb a grappolo – che verrà siglato il prossimo 3 dicembre ad Oslo, in Norvegia."
 
Kampala Actin Plan. E' questo il cuore della dichiarazione approvata a conclusione dei lavori della riunione, a cui hanno partecipato nella capitale ugandese 42 stati africani, per il 'Kampala Action Plan'.
Il 'Kap' chiede con urgenza a tutti gli Stati africani di firmare questa convenzione, per "dimostrare il forte impegno del continente per lo sradicamento delle munizioni a grappolo". La convenzione che verrà siglata a Oslo impegnerà i governi sottoscrittori a interrompere definitivamente l’uso, la produzione, la vendita e il deposito delle bombe a grappolo.

Desmond TutuTutu: "Sono le armi più disumane".
Il premio Nobel africano Desmond Tutu, che ha partecipato alla riunione di Kampala, nel suo intervento ha definito le cluster bomb, "un abominio" la cui fabbricazione e utilizzo "non può e non deve essere tollerato da nessun governo".  "Tutte le armi – ha detto Tutu – sono disumane, poiché progettate per uccidere, ma le bombe a grappolo uccidono e mutilano in modo del tutto indiscriminato eIl presidente ugandese spesso le principali vittime di queste armi micidiali sono civili innocenti".

Museveni: ''Africa, discarica di armi".
Durante l’apertura della conferenza di Kampala, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha affermato che la convenzione contro l’uso delle munizioni a grappolo rafforzerà la pace e la sicurezza in Africa, dopo che per quattro decenni il continente ha vissuto violenti conflitti, durante i quali spesso sono state usate le bombe a grappolo: "Questo – ha detto Museveni – è inaccettabile: per lungo tempo l’Africa è stata una discarica per armi pericolose, comprese le bombe a grappolo, che hanno causato la perdita di migliaia di vite umane".
                                                                                                      
                                                                                                                    
Michele Dotti

a cura di Peace Reporter


Italia - 18.9.2008

Di razza umana ce n'è una sola
Manifesto degli Scienziati italiani contro il razzismo
Di razza umana ce n'è una sola. Un concetto semplice, che nel 2008 dovrebbe appartenere al bagaglio culturale di ciascuno di noi. Ma purtroppo, come le recenti vicende di cronaca insegnano,
non è così.
 
Questa, amara, considerazione ha spinto il gruppo degli scienziati italiani Contro ogni razzismo, durante un meeting tenutosi in provincia di Pisa, a scrivere il Manifesto degli Scienziati Antirazzisti 2008. L'iniziativa è sostenuta dalla Regione Toscana e punta a raccogliere le adesioni del maggior numero possibile di studiosi.
''Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze 'psicologiche' e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in 'migliori' e 'peggiori' e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi'', recita un quanto mai chiaro Articolo 1 del Manifesto.
I primi firmatari sono nomi di primo piano della scienza, tra i quali spicca il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, Francesco Remotti, Elena Gagliasso, Alberto Piazza e tanti altri.
Sembrano lontani i tempi del Manifesto della Razza, sottoscritto nel 1938 da professori universitari italiani, che rappresenta una delle pagine più cupe della storia di questo Paese. Ma dopo settanta anni il mondo accademico è chiamato a dare un segnale diametralmente opposto, perché il razzismo è ancora tra noi. Anche se, come ricorda all'articolo 7, ''il razzismo é contemporaneamente omicida e suicida''.

 

a cura di Peace Reporter


Australia - 29.7.2008

Addio alla 'soluzione pacifica' Immigrazione, l'Australia non manderà più in carcere i richiedenti asilo in attesa

Era una delle poche notizie che escono dall'Australia e fanno il giro del mondo: qualsiasi richiedente asilo arrivato nell'isola-continente veniva messo in carcere, e lì ci rimaneva mentre la sua pratica veniva esaminata. Le immagini delle proteste di questi migranti, alcuni con le labbra cucite a simboleggiare la loro mancanza di voce, hanno fatto il giro del mondo e divennero la caratteristica più conosciuta all'estero del conservatore John Howard. Otto mesi dopo la sconfitta del premier che l'ha governata per undici anni, l'Australia ora volta pagina. Il nuovo governo di Kevin Rudd ha deciso di abbandonare la politica di detenzione automatica per i richiedenti asilo.
Il ministro Chris EvansLe nuove disposizioni. “Non è un'apertura di massa dei cancelli, è una cosa relativa a un trattamento più umano dei richiedenti asilo”, ha detto il ministro per l'immigrazione Chris Evans presentando le nuove disposizioni. “Questo governo rifiuta l'idea che la de-umanizzazione e la punizione degli arrivi non autorizzati con detenzioni a lungo termine sia una risposta efficace e civile. Le persone disperate non vedono come un deterrente la minaccia di una detenzione severa, spesso scappano da circostanze ben peggiori”, ha aggiunto Evans. Sotto la nuova politica, il carcere rimarrà una possibilità remota, da utilizzare solo come ultima risorsa con i rifugiati considerati una minaccia alla sicurezza. In nessun caso verranno detenuti dei bambini, mentre la situazione degli adulti in carcere verrà rivista ogni tre mesi.
 
La “soluzione pacifica”. Il programma di detenzione per i richiedenti asilo era stato introdotto dai laburisti all'inizio degli anni Novanta, ma fu con l'arrivo di Howard che venne applicato in modo sistematico. Nel 2001 fu introdotta la politica della “Pacific Solution”, ossia la creazione – in cambio di aiuti economici – di alcuni centri di detenzione su piccole isole dell'Oceania, come Nauru, dove venivano inviati i migranti intercettati in mare o all'arrivo in aeroporto. La filosofia alla base era simile a quella applicata dagli Usa ai detenuti di Guantanamo: non avendo messo piede sul suolo australiano, queste persone non potevano appellarsi alle leggi di tutela dei diritti umani. Il programma Un cartello che indica la distanza dall'Australiaall'inizio era ben visto dagli australiani, convinti del fatto che molti immigrati mentissero sulla loro condizione di perseguitati in patria. Ma anche in seguito alle sensazionali proteste, tra cui quelle di alcuni detenuti di Nauru che si cucirono le labbra con il filo, la politica di Howard aveva perso popolarità. La “soluzione pacifica” era stata già abbandonata dal nuovo premier Rudd all'inizio di quest'anno. Quelle annunciate oggi sono le misure che completano la riforma dell'immigrazione, e si applicheranno già ai 380 richiedenti asilo attualmente detenuti.

Rimane un centro di detenzione. Le organizzazioni per i diritti umani hanno accolto con favore le novità del governo. Amnesty International ha definito le riforme “un passo avanti” che porta il sistema australiano “in linea con quello delle altre democrazie occidentali”. Un centro di detenzione però rimarrà attivo, quello dell'Isola di Natale, territorio australiano a sud dell'arcipelago indonesiano, che il governo Howard ha reso “esterno” all'Australia per quanto riguarda i migranti in arrivo. Per i tanti profughi in fuga da Iraq, Afghanistan o Sri Lanka, che arrivano in Indonesia via aereo e poi tentano il viaggio della speranza via mare, è spesso il primo pezzo di terra australiano che possono sperare di incrociare.
                                                                                                                                                            Alessandro Ursic

a cura di Peace Reporter                                                                                                            


Honduras - 03.4.2008

Simbolo di pace
Honduras, Nicaragua e El Salvador trasformeranno il golfo di Fonseca in una zona di pace e sviluppo sostenibile
Il golfo di Fonseca, tratto dell'Oceano Pacifico che bagna Honduras, Nicaragua e El Salvador, è ufficialmente una zona di pace, sicurezza e di sviluppo sostenibile.

 
GolfoI fatti. La decisione è stata presa dai presidenti dei tre Paesi che si affacciano sul Golfo. L'iniziativa, voluta dal presidente salvadoreño Antonio Saca, ha avuto un grande successo e nei giorni scorsi sono iniziate le operazioni per dare definitivamente il via al progetto. Ma già dallo scorso mese di ottobre i tre Paesi stanno lavorando in questa direzione. “Per troppo tempo questo golfo è stato una zona di conflitto e teatro di incidenti fra fratelli centroamericani”, ha dichiarato il mandatario del Nicaragua, Daniel Ortega, che ha aggiunto: “Grazie al lavoro degli ultimi mesi, entro breve tempo questa zona si trasformerà in una zona di pace, sicurezza e sviluppo”.
E in occasione dell'incontro altri argomenti sono stati trattati, come la crisi che ha colpito Ecuador, Colombia e Venezuela e che ha gettato nel panico il continente più pacifico al mondo.

 
Appello. “Da questo che diventerà il golfo dell'amicizia lancio un appello affinchè non si verifichi più quello che è successo fra Colombia e Ecuador” ha detto Ortega, che ha dedicato diverso tempo del suo discorso alla crisi sudamericana delle scorse settimane e che in parte lo ha anche visto fra i protagonisti. Non solo. Ortega ha anche proposto di cambiare definitivamente il nome del golfo di Fonseca in Golfo dell'Unione e sembra che la proposta possa andare a buon fine non essendoci impedimenti di nessuna natura. D'accordo con le parole del presidente Ortega anche il leader Hondureño Zelaya che ha specificato che tutti e tre i Paesi lavorano attivamente per raggiungere l'obiettivo di far diventare il golfo un simbolo di pace. “Entro pochi mesi perfezioneremo il documento che specifica cosa il destino del golfo e quali saranno gli interventi urgenti” ha dichiarato Zelaya. Sicuramente a breve il progetto stabilirà le regole per lo sviluppo del turismo, di un'economia sostenibile e dello sfruttamento delle risorse naturali.
E proprio per sfruttare in maniera sostenibile le risorse naturali presenti in grandi quantità all'interno del Golfo di Fonseca il presidente Saca ha chiesto che i tre governi interessati lavorino in simbiosi.
Tutto questo potrebbe diventare un buon esempio su come creare zone di pace per portare avanti progetti di sviluppo sostenibile: un mondo nuovo è possibile?
Alessandro Grandi

a cura di Peace Reporter


India - 05.3.2008
La strage delle innocenti

India:il governo cerca di combattere l'aborto selettivo, che uccide duemila bambine al giorno

In India, nel 2007, si è registrata una media quotidiana di duemila aborti selettivi, ovvero riguardanti i feti di sesso femminile, e, secondo il giornale medico britannico Lancet, negli ultimi venti anni più di dieci milioni di bambine sono state uccise prima o subito dopo la nascita dai genitori.
 
Madre e figliaSoldi a chi fa figlie. Finalmente il governo indiano ha deciso di invertire questa tendenza e di sostenere la nascita e la crescita delle bambine. Il ministro per lo Sviluppo delle Donne e dei Bambini, Renuka Chowdhary, ha lanciato un programma, denominato 'trasferimento condizionato di contanti per bambine con copertura assicurativa', che prevede un premio di tremila dollari per le famiglie povere che decideranno di mettere al mondo figlie femmine. La somma sarà distribuita nell'arco dei primi 18 anni di vita delle bambine. Il primo obiettivo del provvedimento è l'eliminazione del fenomeno dell'aborto selettivo, una realtà che ha portato il rapporto fra popolazione maschile e femminile dello Stato indiano ad essere sempre più sbilanciato: nel 2001, ogni mille uomini vi erano solo 927 donne, contro una media mondiale di 1050, e in alcune regioni, come Punjab, Haryana, Gujarat, Himachal Pradesh e New Delhi, la cifra è ancora più bassa, attestandosi al di sotto di 800. Ma non solo, con l'incentivo monetario il governo cerca anche di "incoraggiare le famiglie a migliorare l'educazione delle bambine", come ha dichiarato Renuka Chowdhury: "Il programma costringerà le famiglie a vedere una figlia come un vantaggio e non come un peso dal momento che, fin dalla nascita, la bambina porterà un'entrata monetaria".
 
Bambine indianeSalvare 100 mila bambine in un anno. Un primo importo viene donato al momento della nascita, poi, spiega il ministro, "se la famiglia provvederà a vaccinare adeguatamente la figlia, riceverà altro denaro". "Quando i genitori iscriveranno la figlia a scuola, e se le permetteranno di proseguire gli studi, riceveranno un'ulteriore somma", continua Chowdhury. L'incentivo cesserà quando la ragazza avrà raggiunto i 18 anni ma, a quel punto, se questa avrà completato la propria istruzione e non si sarà ancora sposata, la famiglia riceverà un ulteriore bonus di 2.500 dollari. Secondo Chowdhury, almeno 100 mila bambine saranno salvate nel primo anno di applicazione del programma. La legge contro l'aborto selettivo, presente dal 1994, e quella che vieta i test per determinare il sesso del nascituro, infatti, sono nella pratica quotidianamente aggirate e, in 12 anni, solo un medico è stato condannato per aver praticato illegalmente un aborto.
 
FetoSolo un primo passo. Il programma solleva però anche molti dubbi. Gli incentivi sono diretti alle famiglie più povere mentre, come ha affermato Bajayalaxmi Nanda, attivista indiana per i diritti delle donne, "la pratica dell'aborto selettivo è particolarmente diffusa tra coloro che sono al di sopra della soglia di povertà; sono gli abitanti delle città, la classe media e i ricchi a farlo". La scelta dell'aborto è dettata non solo da problemi finanziari, ma, più in generale, dalla cultura indiana che vede nel maschio, il futuro capofamiglia, la figura dominante della società. "Ci sono molte pressioni", afferma Nanda, tra cui "una sorta di preferenza culturale, la dote, l'impossibilità per le femmine di ereditare beni, terre e proprietà". Secondo molti attivisti, per fermare queste pratiche, ormai fortemente radicate, il governo dovrà mettere in atto politiche molto più decise volte a cambiare la mentalità stessa della popolazione. Solo così le donne indiane potranno fruire appieno del rapido sviluppo del Paese.                                                                                                                  
                                       
                                                                                                                                                                     Elisa Parigi

a cura di Peace Reporter


 

Australia - 30.1.2008    
                
Il governo australiano concorda un documento con gli aborigeni per le scuse sulle 'adozioni forzate'

                           

  

 
 
 
Il governo australiano ha annunciato che, per la prima volta, si scuserà formalmente col popolo aborigeno non appena il parlamento riprenderà le sedute, il 13 febbraio prossimo.
 
Le scuse saranno rivolte alla "generazione rubata", ovvero ai circa 100mila bambini aborigeni che furono sottratti ai loro genitori per essere educati in famiglie bianche. Una pratica che è durata per più di 50 anni, dal 1915 al 1969,  e che mirava all'assimilazione forzata delle comunità aborigene da parte di quelle bianche.  Alcuni leader aborigeni avevano chiesto un risarcimento monetario per le famiglie vittime di questa prassi, ma il governo ha sempre rifiutato questa possibilità promettendo, in compenso, di aumentare i finanziamenti per l'educazione e la salute nelle comunità aborigene. Il ministro per le Politiche Indigene Jenny Macklin ha affermato che le scuse sono "il primo necessario passo per superare il passato" e ha aggiunto che "una volta stabilito questo rispetto il governo potrà lavorare con le comunità indigene per migliorare i servizi". La mossa, annunciata dal primo ministro Kevin Rudd dopo aver vinto le ultime elezioni, ha un forte valore simbolico e manifesta una definitiva rottura con le precedenti amministrazioni. La Macklin ha affermato che il testo delle scuse è stato concordato dopo aver consultato i leader aborigeni: sarà fatto "a nome del governo e non attribuirà nessuna colpa alle generazioni presenti del popolo australiano". 
                                                                                                                                                                       Elisa Parigi 
a cura di Peace Reporter
 

 

Bhutan - 03.1.2008                                                Bhutan al voto per la prima volta
                            Prime elezioni nel piccolo regno himalayano dopo un secolo di monarchia assoluta

Il vento del cambiamento soffia sulle vette dell’Himalaya. Dopo l’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica in Nepal la settimana scorsa, anche il Bhutan sta facendo un passo storico ponendo fine a un secolo di monarchia assoluta.
 
Bhutanesi al votoUn parlamento di giovanissimi. Nei giorni scorsi si sono tenute le prime elezioni nella storia di questo piccolo Paese per eleggere la camera alta. Difficile chiamarla Senato, visto che l’età media degli eletti è attorno ai trent’anni, con diversi neolaureati di 25 anni. Effetto della legge elettorale, che impone l’obbligo della laurea ai candidati: in Bhutan solo le ultime generazioni hanno iniziato ad andare all’università. D’altronde, lo stesso re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck ha solo 27 anni. A votare, muniti di tessere elettorali, sono andati in 300mila, praticamente tutti gli aventi diritto (il Bhutan ha circa 650mila abitanti). Non c’è stata campagna elettorale, né comizi né spot televisivi, anche perché in questo Paese la televisione, arrivata solo nel 1999, è poco diffusa e utilizzata. Ognuno poteva andare in Comune e prendere il curriculum dei candidati. Sulla regolarità del voto – in vista del quale la popolazione si era esercitata in due simulazioni elettorali tenutesi l’anno scorso – c’erano Monastero in Bhutanosservatori internazionali di India, Stati Uniti, Australia e Nazioni Unite.
 
Una rivoluzione dell’alto. A febbraio e marzo verrà eletta anche la camera bassa, completando così la svolta democratica voluta dall’ex re Jigme Singhye Wangchuck, che due anni fa abdicò in favore del giovane figlio e scrisse una Costituzione che entrerà in vigore quest’anno, secondo la quale il re rimarrà capo dello Stato ma tutti i poteri saranno del parlamento, che potrà anche mettere sotto accusa il re con un voto a maggioranza di due terzi.
La popolazione del Bhutan, molto attaccata alle proprie tradizioni e gelosa della propria tranquillità (perfino l’ingresso dei turisti è limitato a seimila all’anno) ha accolto questa ‘rivoluzione dall’alto’ con un certo scetticismo, temendo che l’introduzione della democrazia possa destabilizzare il Paese ponendo fine all’armonia sociale che ha sempre contraddistinto questo piccolo regno himalayano. 
Enrico Piovesana
a cura di Peace Reporter
 

 


Uruguay - 20.12.2007
                                                                 Uruguay, sì alle unioni civili
Il Congresso uruguagio ha approvato una legge per l'unione concubinaria, ossia le coppie di fatto. Senza distinzioni

 


E' il sesto paese al mondo ad approvare le unioni civili, pure tra persone dello stesso sesso. Il Congresso uruguagio ha approvato il disegno di legge che introduce nella cattolicissima nazione sudamericana l'istituto delle unioni civili. Un record storico per tutta l'America latina, visto che in Sud e Centro America le unioni tra cittadini dello stesso sesso erano state, finora, solo introdotte a livello locale dai municipi di Città del Messico e Buenos Aires in Argentina. La conquista degli uruguagi arriva dopo che già Olanda, Belgio, Spagna, Canada e Sudafrica avevano concesso pari dignità alle unioni dei propri cittadini, senza discriminazioni di sesso.

la prima unione civile permessa dal municipio di Città del MessicoLa norma, approvata in Senato con 17 voti favorevoli e 7 contrari, è indirizzata espressamente a legalizzare le relazioni tra coppie dello stesso sesso, escludendo però la possibilità di contrarre matrimonio e di adottare. Per i legislatori uruguagi – si attende adesso solo la ratifica del presidente Tabaré Vazquez, che appoggia l'iniziativa – anche coppie di persone dello stesso sesso devono avere il diritto a formalizzare la propria unione con l'iscrizione in un registro, che darà loro gli stessi benefici Quella uruguagia è la prima legge latinoamericana per le unioni civilisociali di cui godono le coppie etero. Viene richiesta una convivenza di almeno cinque anni, per poter disporre testamento verso il convivente, garantirsi assistenza reciproca, creare società commerciali e rendere reversibili eventuali pensioni, di varia natura. La norma, denominata per la ''Union concubinaria'', andrà a beneficio anche delle coppie di fatto eterosessuali: secondo un sondaggio della tv pubblica, a trarne beneficio sarà il 40 percento delle relazioni in Uruguay. “Questa legge arriva dopo 15 anni di lotta per il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto – ha detto Clara Fassler, coordinatrice dell'associazione 'Red, Genero y Familia' (rete, genere e famiglia) – che finora non avevano nessun diritto. C'è ancora però una lacuna: la possibilità per le coppie omosessuali di sposarsi e adottare”.

Arcigay Italia saluta questa graditissima novità a beneficio delle unioni civili, come d'altronde si cerca di promuovere da tempo in altri paesi latinoamericani come Cile o Cuba – ha detto a PeaceReporter il presidente dell'associazione Aurelio Mancuso – E' la dimostrazione che nel mondo ci si sta aprendo a questi temi grazie a decenni di lavoro degli attivisti. Dobbiamo purtroppo registrare una netta vittoria dell'Uruguay sull'Italia; quello latinoamericano è un paese fortemente cattolico, ma questo non ha impedito ai legislatori di continuare nel solco di nazioni che stanno aprendo ai diritti di tutti i cittadini senza discriminazioni di sesso. Penso anche al Sudafrica, che garantisce i diritti dei gay espressamente nella Costituzione. La cosa triste da notare è che l'Italia rimane fanalino di cosa nella classifica del riconoscimento della parità dei diritti per tutti”.

                                                                                                                                                                     Gianluca Ursini

a cura di Peace Reporter
 



Stati Uniti - 18.12.2007                       
 L'Onu approva la moratoria sulla pena di morte
           Con 104 voti a favore, il documento, non vincolante, ha un grande significato morale e apre la strada all'abolizione


L'assemblea generale Onu ha votato sì alla proposta di moratoria sulla pena di morte. Il testo ha ottenuto 104 voti a favore, 54 contro e 29 astenuti. Il documento non è vincolante, ma ha un grande significato morale ed esorta tutti gli stati che hanno ancora la pena di morte a "stabilire una moratoria delle esecuzioni in vista dall'abolizione" della pena capitale. Quindi, invita a ridurre progressivamente l'uso e il numero dei reati per i quali può essere comminata, rispettando gli standard internazionali a garanzia dei diritti dei condannati. In dicembre, il testo sarà portato davanti all'Assemblea generale. La risoluzione è stata approvata alle 11.45, ora di New York. La soddisfazione del partito pro-moratoria, che ha conquistato 5 voti in più rispetto al pronunciamento della terza Commissione in novembre.

Stella Spinelli

a cura di Peace Reporter
 


Afghanistan - 13.12.2007                                                      
                                                                               
I burqa della pace
                                    Le donne di Kandahar hanno dato vita a un movimento pacifista nazionale

Donna in burqa
Le donne afgane scendono in campo pubblicamente per chiedere la pace, la fine della guerra e della violenza che da trent’anni insanguina il loro paese. Un evento epocale per l’Afghanistan, dove le donne non hanno mai osato schierarsi pubblicamente.

 “Siamo stanche della morte”. Ieri, migliaia di donne si sono riunite contemporaneamente in sei diverse province afgane per pregare per la pace. L’iniziativa, denominata ‘Preghiera nazionale delle donne per la pace’, è stata coordinata da un gruppo di donne di Kandahar. “E’ la prima volta nella storia dell’Afghanistan che le donne si organizzano a livello nazionale per chiedere la pace”, dice Rangina Hamidi, una delle organizzatrici. Siamo stanche della morte e vogliamo urlarlo forte. Per farlo abbiamo scelto la religione: trattandosi di una cosa religiosa i nostri mariti non si sono opposti a questa iniziativa di preghiera”.

Il debutto delle donne per la pace era avvenuto circa un anno fa, con una giornata di preghiera che però interessava solo le province di Kandahar e Helmand. “Con l’estendersi delle violenze in tutto il Paese, anche le donne di altre province hanno sentito la necessità di unire le loro voci alle nostre per chiedere la pace”, ha spiegato Hamidi. “La preghiera di ieri è stata solo l’inizio di un vero movimento nazionale: il nostro obiettivo è di estenderlo a tutte le trentaquattro province afgane”.
 

  E.P.

a cura di Peace Reporter

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